Il buco nei conti pubblici sta mettendo a dura prova il nostro sistema di welfare e senza un’alternativa adeguata non si può più andare avanti. Di questo ormai si sono convinti molti politici, che sostengono la necessità di aprire al mercato la domanda di servizi sociali. Tra le strategie possibili da mettere in campo c’è quella dei bond a impatto sociale, cioè obbligazioni con cui investitori privati finanziano progetti di pubblico interesse.

Il ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, d’accordo con quello dell’Economia, Enrico Giovannini, ha detto che “i social bond sono la strada” da percorrere e che bisogna lavorare in questa direzione. La formula arriva dal Regno Unito, dove il premier David Cameron nel 2010 ha dato il via a un progetto pilota di finanziamento privato per il reinserimento sociale dei detenuti, ed già stata inserita nell’agenda politica del G8. Ma questo rischia di non bastare per risolvere la crisi.

“Prima dei social bond serve avviare una relazione di partenariato tra lo Stato e il settore del no profit”, avverte Giorgio Fiorentini, docente all’Università Bocconi e tra i massimi esperti italiani di economia sociale. “Oggi del no profit si fa un uso solo strumentale e ripartivo, è una specie di usa e getta. Ma nel futuro risulterà una soluzione indispensabile per integrare, senza sostituire del tutto, il servizio pubblico”. Prima però c’è da fare un altro passo indietro. “Perché l’intervento del no profit sia possibile – continua il professore – bisogna mettere mano alla sua struttura giuridica in modo che gli investitori abbiano una certa redditività e non sia solo in un’azione di mera beneficenza“.

In attesa che si faccia qualcosa, gli italiani si aggrappano alla maniglia della solidarietà. I numeri parlano chiaro. Secondo un’indagine promossa da Censis e Unipol, il 40% delle famiglie italiane va in soccorso di altri nuclei senza tornaconti. I più solidali di tutti sono i capofamiglia del Lazio (cioè il 55% degli intervistati), soprattutto nei confronti delle persone sole o malate (quasi il 30%). Nel resto della penisola, invece, si preferisce accudire i bambini degli altri (aiuto dato dal 17,3% delle famiglie). La regione Lazio è la prima della classe anche nei prestiti di denaro a tasso zero o altri beni (il 18,1% contro l’8,2% nazionale) e l’assistenza personale agli anziani (il 17,6% contro il 9,8% nazionale).

Un’altra voragine da colmare è quella nella sanità pubblica. In questo caso, il welfare diventa fai da te. Stando ai datI dell’indagine, poco più del 78% delle famiglie ha sborsato soldi di tasca propria per acquistare i ticket sui farmaci o le confezioni a prezzo pieno. La spesa più alta si registra sempre nel Lazio (l’88,7% delle famiglie), primo in classifica anche per i costi sostenuti per le visite mediche specialistiche (l’83,5% contro il 60,3% nazionale) e quelle dal dentista (il 43,6% contro il 38,6%). Quando neanche lo spirito di sacrificio e la buona volontà bastano più per garantirsi i servizi, i cittadini sono costretti a farne a meno.  Il 23% delle famiglie laziali, la stima più alta a livello nazionale, ammette di aver rinunciato alle cure odontoiatriche perché troppo onerose. Se il Lazio patisce più di tutte le altre regioni il motivo è la scure che si è abbattuta in soli quattro anni, dal 2007 al 2011, sulle strutture ospedaliere pubbliche: quelle accreditate sono diminuite del 7% mentre nel resto d’Italia sono aumentate dell’1,2%, i posti letto sono stati ridotti del 19,7% e il personale del 5 per cento.

Infine, tagli anche alla spesa sanitaria per abitante: meno 4 per cento. Visto che il sistema di welfare fa acqua da tutte le parti, diverse aziende negli ultimi anni hanno studiato un sistema di servizi interno, di tipo contrattuale, ma non potrà essere certo questa la panacea di tutti i mali. “Non tutti i dipendenti accettano che parte dello stipendio serva per pagarsi i servizi offerti dall’azienda” sottolinea Fiorentini. Nonostante tutto la maggior parte dei cittadini, il 45,6% degli intervistati, è ancora convinta che solo l’intervento del soggetto pubblico potrà salvarci.

C’è poi chi ha meno aspettative verso lo Stato, il 44,6%, e crede che per integrare il welfare bisogna tirarsi su le maniche e autofinanziarsi, chi ha in mente un modello di assistenza mista (meno del 10% del campione), metà pubblica e metà foraggiata tramite mutua o assicurazione, e pochissimi (il 4,1%) che si affiderebbero solo ed esclusivamente a una rete di aiuto privata pagando un’assicurazione. “Senza una contribuzione dei cittadini non possiamo pensare che lo Stato faccia da solo. Ma l’assicurazione privata non è la via d’uscita: per ottenere premi elevati servono molti contratti e non tutti possono permettersene uno. Pare chiaro ormai – conclude il professore – che si farà della necessità del no profit la nuova virtù”.