Al suono del campanello Tiziano Renzi appare sulla soglia della casa gialla in cima al poggio, località Torri, Rignano sull’Arno, dove il clan Renzi ha il quartier generale della famiglia e degli affetti. Buongiorno signor Tiziano. “No, Tiziano non c’è, è andato giù in ufficio”.

Eppure sembra proprio lui, non è mai stato troppo sotto i riflettori da quando il figlio è sindaco di Firenze ed eterno aspirante capo del Pd e del governo. A parte una copertina ormai cult di Chi, insieme all’erede. Ma adesso Tiziano, non è solo padre d’arte, è il segretario del circolo Pd di Rignano, eletto due settimane fa senza avversari. Inevitabilmente le cose cambiano, anche perché in questa domenica di novembre, ancora non così fredda neppure qui tra le colline della campagna toscana, il Pd locale di Renzi, Tiziano, deve scegliere tra Renzi, Matteo, Gianni Cuperlo, Giuseppe Civati e Gianni Pittella. “No, Tiziano non c’è”, ripete sulla porta di casa. Lei come si chiama? “Come mi chiamo io? Mi chiamo… Matteo, Matteo Renzi”. Ma no, lei è proprio Tiziano. “Davvero ho rispetto per il vostro lavoro ma…”. Le avevamo detto per telefono che saremmo venuti a trovarla, ricorda? “Ah… allora voi siete del Fatto Quotidiano”. Facciamo due chiacchiere, ci fa entrare? Un caffè? “Mi dispiace essere sgarbato, ma devo stare quatto quatto”. La porta della casa gialla sul poggio che domina Rignano si richiude. Ma la giornata pubblica di Renzi, Tiziano, comincia dopo pochi minuti. A due, tre chilometri di strada, c’è la messa nello scenario medievale della Pieve di San Leolino. Celebra don Emanuel, prete di queste campagne ma nato nel Madagascar. La messa è cantata e chi è la prima voce? Renzi, Tiziano, seduto all’organo si esibisce per la funzione.

UN’ORA DI SACRO e poi a pochi metri di distanza si accende la luce profana nella piccola sede del Partito democratico, due grandi ritratti di Enrico Berlinguer e Aldo Moro alla parete. E anche un manifesto di Pier Luigi Bersani, nessuno di Matteo. Renzi, Tiziano, qui a Rignano ha lottato per una vita nella minoranza della minoranza, nella sinistra democristiana quando la Dc raccoglieva mille voti, appena un terzo di quelli dei nemici del Partito comunista, adesso tutti insieme nello stesso partito a dover scegliere tra Renzi, Matteo, Cuperlo, Civati e Pittella.

Il dibattito del circolo, dopo la presentazione delle mozioni, non è esattamente epico come quello della Cosa di Nanni Moretti. Anzi, il dibattito proprio non c’è e si anticipano le operazioni di voto. Renzi, Matteo, dovrebbe trionfare senza troppe storie. A votare verranno, da qui alla fine, una ottantina di persone, ma ad ascoltare i rappresentanti dei quattro candidati alla segreteria nazionale erano appena in quindici. In più di quaranta, invece, alla messa di don Emanuel cantata da Renzi, Tiziano. Confronto impietoso. Rita Guerrini si fa chiamare ancora “compagna”, conosce Tiziano da una vita e ha visto crescere Matteo. Lei era nel Pci e oggi, in questo piccolo tempio del renzismo, commetterà il sacrilegio di votare per Cuperlo: “Va bene Tiziano segretario qui, anche se ha le stesse idee del figlio. Ma la dimensione nazionale è un’altra cosa, non nascondo che avrei dei problemi con Matteo segretario”. Tiziano è molto aperto, accetta tutte le opinioni, anche quelle contro il figlio, concedono in sezione gli ex comunisti, “solo una cosa non tollera: le bestemmie”. Le operazioni di voto proseguono. I cuperliani sperano in un risultato almeno dignitoso.

Al bar accanto Renzi, Tiziano, si lascia andare a due chiacchiere con gli amici: “Ho sentito Matteo prima, stava giocando alla Play Station col figlio. Poi va da Fabio Fazio. È molto tranquillo, non capisco come fa. Gli stanno facendo di nuovo la guerra. D’Alema è un c…”. Entra in sezione per votare anche Billy, flautista nella messa cantata poco prima e, soprattutto, ex autista del camper di Renzi, Matteo.

Da Il Fatto Quotidiano del 18 novembre 2013