Come per la passata edizione, a sette mesi dalla quattordicesima Biennale di Architettura del direttore Rem Koolhaas, il Padiglione Italia non ha ancora un curatore. Si dirà che è colpa della disorganizzazione ministeriale, del governo che non si appassiona a sufficienza al dibattito architettonico. Ma, forse, è anche il segnale dello scarso credito di cui godono, nella percezione diffusa, l’architettura italiana e i suoi artefici. Per capirne le cause, è sufficiente visitare le periferie italiane – tra le più brutte d’Europa – degli ultimi 50 anni: aree di confino, di simbolica sospensione della democrazia del vivere dignitosamente, di demarcazione tra città e campagna, dove vive il 60% della popolazione del Paese. E’ nella periferia  che si tocca con mano  il fallimento dell’Accademia, l’inutilità della Critica e del dibattito, la resa dell’architetto che ha smesso di condizionare le scelte della politica, per essere da questa condizionato e ad essa (e al mercato) asservito.

Con le periferie degli anni ’70 e ’80, concretizzazione di sperimentazione, dell’ideologia, elzeviro colto e provocatorio, idea di architettura come pura astrazione che ha privilegiato l’approccio teorico e la  logica autoreferenziale del primato del linguaggio a discapito della pratica del progetto, sono nati quartieri di una bruttezza tragica. Bruttezza da addebitarsi non solo al degrado derivato dalla mancata manutenzione  o all’assenza di servizi puntualmente previsti (a detta dei progettisti) ma mai realizzati, come spesso lamentano gli autori per scagionarsi, quando chiamati in causa. Ma anche a progetti privi dei più  elementari accorgimenti e espedienti tettonici propri dell’Architettura, che forse avrebbero impedito, a titolo di esempio, che il dilavamento diventasse la principale connotazione estetica di un manufatto, o che  la monotona ripetitività dei materiali, di una loggia, di un aggetto,  non  si tramutassero in  una insana ossessione  dispiegata per migliaia di metri quadrati, evocando l'(anti)estetica celebrativa  sovietica e convertendo interi quartieri, più che in “modelli” abitativi, in monumenti inneggianti all’annientamento dell’armonia sociale e allo sgomento.

Con la crescita incontrollata delle periferie degli anni ’90 fino ai nostri giorni, si è imposto il “modello” insediativo  della speculazione edilizia delle grandi imprese di costruzioni (che hanno campo libero con  la complicità dei governi di destra e sinistra); nessuna visione sociale lungimirante, inclusiva, democratica; nessuna pianificazione pensata per il bene comune della città. Più banalmente, comanda la logica del massimo profitto che lucra sull’endemica richiesta di casa, soprattutto delle grandi città .

Il “modello”, desolante, nasce e prospera  gravitando attorno ad un nucleo che è il Centro Commerciale: niente biblioteca di quartiere, niente servizi, niente strutture sportive comunali, nessun centro anziani, nessun parco attrezzato,  una scuola  nei paraggi, costruita frettolosamente a basso costo per rispondere agli standard urbanistici; e, per le famiglie, la rosea prospettiva futura di un mutuo a 30 anni, l’intera settimana in macchina in coda sul raccordo o tangenziale che sia, per raggiungere il luogo di lavoro in  direzione centro città;  il fine settimana ingoiati nell’adiacente Centro Commerciale. 

Con questi trascorsi e questo presente dell’architettura, è comprensibile che non si avverta l’urgenza di avere un curatore del Padiglione Italia (per tradizione nominato senza concorso e rigorosamente per chiamata diretta dell’accademico di turno, attivo corresponsabile dello scarso credito di cui gode l’architettura italiana nel panorama internazionale). Tenendo conto che dall’accademia altro non arrivano che  perdibili e astratte interpretazioni della realtà, il disbrigo della pratica non appare prioritario per l’immagine del Paese.

Eppure, la mostra del Padiglione Italia alla Biennale, mai come ora, rappresenta un’opportunità per far emergere  le reali criticità del Paese: essa potrebbe indicare in quale modo la periferia, che inevitabilmente prefigura  il futuro della città, possa costituire una risorsa e una ricchezza. Potrebbe illustrare come, al di là degli slogan ambientalisti, bloccare il consumo del suolo è necessario e urgente, per impedire  la crescita incontrollata di nuove periferie sempre incomplete e indefinite, intervenendo sul tessuto esistente, demolendo e ridensificando il territorio, prefigurando come potrebbe cambiare la città: non attraverso gli strumenti normativi, ma per mezzo del Progetto.