Italia sempre più dipendente dagli istituti di credito. A sollevare il caso, numeri alla mano, è stata la Banca Centrale tedesca che, alla vigilia dell’esame comunitario sul credito del vecchio continente ha lanciato un monito ai Paesi in crisi dell’Eurozona che sono sempre più dipendenti dalle proprie banche per la copertura del debito sovrano. Un esempio? Senz’altro la Spagna, le cui banche da novembre 2011 a settembre 2013 hanno aumentato il portafoglio di debito sovrano nazionale da 165 a 299 miliardi di euro (+81%). Non sono molto lontani, però, i dati delle banche italiane che nello stesso periodo registrano un aumento del 73 per cento a 415 miliardi di euro. In Germania e Francia, invece, l’incremento della quota di debito pubblico in pancia alle banche nazionali è stata rispettivamente del 16 e del 14 per cento.

L’allarme della Bundesbank segue la richiesta che le banche europee aumentino le loro riserve di capitale per coprire i rischi derivanti dai loro investimenti in debito pubblico. E arriva proprio mentre l’Adusbef snocciolava i dati sull’andamento delle sofferenze bancarie del sistema italiano. A settembre, secondo i calcoli dell’associazione dei consumatori, il dato lordo evidenziava un aumento del 22,8% a 144,25 miliardi di euro. Il costo, sempre secondo l’Adusbef, sarebbe di almeno 900 euro per ognuno dei 30 milioni di correntisti del Paese.

L’associazione sottolinea poi che sono ancora più pesanti le sofferenze nette che sono aumentate in un anno del 28,3 per cento e sono individuate dalla Banca d’Italia come “sofferenze al valore di realizzo (nette)” ed al netto delle svalutazioni contabilizzate, sottraendo alle lorde i fondi rettificativi su esposizioni per cassa, che includono sia i fondi che assolvono la funzione di rettificare i valori dei finanziamenti, sia il loro ammontare, sulle quali governo e Parlamento si accingono ad approvare l’ennesimo “aiutino” richiesto dall’Abi e inserito nella legge di stabilità, che graverà per circa 20 miliardi di euro in 7 anni sulla collettività.

Alla Confindustria del credito, però, non basta. “Chiedere alle banche un ulteriore sforzo finanziario per due anni – quest’anno e l’anno prossimo – per sostenere tutto l’onere del mancato incasso della seconda rata dell’Imu non è saggio”, dice il direttore generale dell’Abi Giovanni Sabatini. “Questo impone un ulteriore onere al settore che ha sopportato finora lo sforzo di cinque anni di crisi continuando a fare credito all’economia”, rivendica.