Ma allora non c’è proprio speranza, siamo condannati a tutto questo? La storia della trattativa Stato-mafia, ascoltata in presa diretta, ti prende in faccia, allo stomaco. Ti racconta di uomini delle istituzioni più omertosi dei boss mafiosi, di pezzi dello Stato che mandano al massacro magistrati e poliziotti, di bugie ventennali e vuoti di memoria ad orologeria. Ministri che non conoscono i connotati di Paolo Borsellino, partiti a trazione Cosa Nostra, programmi di governo che combaciano con gli obbiettivi dei corleonesi, elevati quasi ad opinionisti esterni e bipartisan dell’azione legislativa. Per anni hanno voluto farci credere che i viddani analfabeti fossero unici protagonisti della stagione a suon di bombe che tinse di rosso il biennio finale della Prima Repubblica. Un’aggressione violenta, compiuta con perizia geometrica e devastante, solo per vendetta, poi svanita grazie alle manette che cinsero i polsi di Riina, la belva, ‘u curto, sorpreso recentemente a gridare minacce contro Nino Di Matteo dal buio del 41 bis.

Che l’Italia sia un Paese strano, molto strano, è opinione assai diffusa. Come definire diversamente un Paese cosiddetto occidentale, che non ha ancora raggiunto un’unica narrazione storica da fornire ai suoi figli. Una sorta di Cile sotto Pinochet, l’Argentina di Videla, dove esistevano più versioni storiche assolutamente opposte: controindicazione principale è che quelle fasulle erano elevate al rango di ufficialità. Anche da noi, oggi, 2013, repubblica parlamentare, c’è una storia ufficiale, pubblicata sui libri di storia, spacciata come base ferma e propinata coi crismi di sacra scrittura. Ustica? Chissà. Stazione di Bologna? Generici terroristi. Aldo Moro? Terroristi generici, ma rossi. E via nel rosario degli assiomi storici che arrivano a raccontare, per esempio, di mafiosi cattivi che per puro spirito di bullismo sadico fanno esplodere le autostrade, i giudici, le scorte.

È così che chi scrive ha iniziato a vedere le cose sin dalle scuole primarie: erano indiani contro cowboy, neri e bianchi, una divisione netta che non lasciava dubbi al fronte per cui parteggiare. Credo che quella di dividere Stato e mafia in indiani contro cowboy sia una visione diffusa a tutta la mia generazione, cresciuta tra bombe che squarciavano autostrade nei week end. Mai avremmo immaginato che la tv di Stato ci stesse raccontando di bombe di Stato.

È questa la seconda storia italiana, quella non ufficiale, non pubblicata sui libri di storia, avvertita per un ventennio solo come oscura dietrologia ipotetica. Mai avremmo immaginato che indiani e cowboy non erano veramente contrapposti, mai stati muro contro muro (per utilizzare una definizione cara a qualche cowboy a colloquio con gli indiani). E che se qualche indiano ha fatto saltare qualche fortino, lo si deve semplicemente a un tacito accordo con gli stessi cowboy, per eliminare quegli elementi che si contrapponevano alla pacifica condivisione di strategia delle due fazioni. Credo che capire per la prima volta questa verità, blocchi per un attimo il respiro.
È questa la Storia della Trattativa, una storia fatta principalmente di ricatti, che poggia la propria base su stragi di innocenti, mettendo sotto scacco i gangli profondi delle Istituzioni in un vortice di ritorsioni che dura (basta leggere i semplici fatti di cronaca) fino ad oggi. 

Viviamo dunque in uno Stato-mafia, tenuto su da indicibili accordi, un do ut des che ha mandato al macello i pochi cowboy convinti della propria missione. Foschissimo quadro, ma non c’è bisogno di una sentenza definitiva per saperlo. Perché in fondo nessuna assoluzione può cancellare certe sceneggiate di ex ministri, annaspanti fino a suscitare sdegno di fronte a fatti cristallini.

Siamo dunque spacciati? Succubi di una duplice narrazione, che sputa sulla memoria di chi è stato fatto a pezzi? Io credo di no. Perché è per debellare questo Stato – mafia che alcuni uomini hanno dato tutto, in ultimo anche la vita. È per un’idea di Stato integerrimo, diverso da quello collegato alla mafia tramite trattino, che non sarà quello in cui viviamo, ma che esiste. E il sacrificio dei martiri della Trattativa sta lì a dimostrarlo. Non solo Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, martiri di cui tutti si fregiano. Ci sono i nove anni di Nadia e i 50 giorni di Caterina Nencioni, vite cancellate a Firenze in una notte di 20 anni fa, perché agli indiani avevano consigliato di dare un altro colpetto ai cowboy. La Trattativa è stata anche questo. Ed è utile raccontarlo, anche più e più volte, mentre le immagini dello scempio di via dei Georgofili sono svanite da tempo dai servizi dei tg. Chissà come mai.