Ricordo, dei miei anni di fabbrica (dodici per essere precisi, operaio turnista, in produzione, sabati e domeniche comprese, anni novanta) quando si incrociavano le braccia. Azienda con 400 dipendenti, assemblee sindacali come ore buche, discorsi che ho dimenticato. Ho fatto in tempo a vivere qualche scioperino infrasettimanale, nulla di oceanico. Ma era un segno (quello infrasettimanale), già residuo e sbiadito allora.

Al primo dì tutti gli operai aderivano (gli impiegati assistevano, solidali, dalla saletta ristoro, con la chiavetta inserita). Al secondo, se necessario un giorno consecutivo di agitazione, era diaspora. Il terzo giorno si stava già tutti in fila alla macchinetta del caffè, con gli impiegati che intasavano i distributori prima ancora di strisciare il badge.

Oggi si sciopera di venerdì, se va male di lunedì. E’ più coinvolgente. Se ti va bene e non lavori sabato e domenica ti fai la settimana corta.

Penso ai sessanta giorni di sciopero dei trentamila contadini di Parma e provincia nel 1908, braccio di ferro estenuante contro l’Associazione Agraria (nasceva allora il manganello, prima che nascesse il fascismo, per schiacciare i coraggiosi braccianti). Penso ai grandi scioperi degli operai milanesi e a quello eccezionale dei tranvieri nel marzo ’44, capaci di paralizzare la città: Hitler ordinò la deportazione immediata del 20 per cento degli scioperanti, qualcosa come settantamila persone, salvo poi ritirare l’ordine, mai vista una cosa del genere.

Non sono più quei giorni e non siamo più la stessa gente, sperando che basti per giustificare quello che non siamo più. Oggi è un altro giorno e il popolo che sciopera di venerdì è maturo per difendere la disoccupazione.