Li hanno chiamati gulag, laogai e laojiao. Il loro nome è cambiato nel tempo ma la sostanza è rimasta. Campi di lavoro, o meglio, di rieducazione attraverso il lavoro, dove si può essere confinati per quattro anni per i più diversi motivi. E senza processo. Bene, la Repubblica popolare cinese li abolirà. È forse questa la notizia più importante che esce dal documento conclusivo rilasciato tre giorni dopo la chiusura del terzo plenum. Una riunione a porte chiuse durata quattro giorni che ha posto le basi per il prossimo decennio cinese. “Dobbiamo avere il coraggio e la convinzione necessari a rinnovarci” si legge nelle dichiarazioni del presidente Xi Jinping che accompagnano il documento. È ambizioso, vuole tenere assieme il rinnovamento economico, il miglioramento sociale e lo sviluppo patriottico della nazione. La Cina, inoltre, ammorbidirà la cosiddetta politica del figlio unico, ridurrà “passo dopo passo” i crimini soggetti alla pena capitale e lavorerà per impedire che le confessioni vengano estorte attraverso torture e abusi fisici. Per mesi gli analisti hanno discusso sulla direzione economico finanziaria che avrebbe preso il Paese, ma nessuno si aspettava che in un colpo solo venissero riformate politiche controverse le cui soluzioni sono state rimandate per anni. Si pone limite alla pianificazione famigliare che dal 1979 avrebbe portato a 336 milioni di aborti e a milioni di donne forzatamente sterilizzate. Presto le coppie potranno avere due figli se uno dei due partner è figlio unico.

E ancora, non si conosce la tempistica, ma “verranno aboliti” gli inumani campi di lavoro introdotti nel 1957 per confinare i “controrivoluzionari” e i colpevoli di reati minori e diventati poi lo strumento per liberarsi senza processo di prostitute, tossicodipendenti, petizionisti, dissidenti e appartenenti a sette religiose illegali. Nonché di personaggi scomodi del calibro del dissidente Liu Xiaobo, premio Nobel per la Pace 2010. L’ultima valutazione del Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite è del 2009. Riporta di 190 mila persone rinchiuse in circa 320 campi. Ma i veri numeri rimangono segreti. Come segreti sono i numeri delle pene capitali eseguite in Cina che Amnesty International stima siano migliaia ogni anno. Anche i reati soggetti a questa pena si andranno via via sfoltendo. E con essi, si spera, il traffico illegale di organi espiantati ai condannati. Insomma, la nuovissima Cina è appena entrata Consiglio dell’Onu per i diritti umani e sembra voler percorrere questa strada alla sua maniera, “testando le pietre per guadare il fiume”.

Il Fatto Quotidiano, 16 novembre 2013