Il “Nano” è stato arrestato. Cinque mesi sono serviti alla procura della Repubblica di Reggio Calabria e alla Squadra mobile per chiudere il cerchio sull’ex collaboratore di giustizia Antonino Lo Giudice evaso il 5 giugno da una località protetta in provincia di Macerata.

Una fuga che sarebbe stata organizzata dalla propria famiglia che lo stesso Lo Giudice aveva inguaiato con le sue dichiarazioni rese alla Direzione distrettuale antimafia.

Gli uomini di Gennaro Semeraro e del Servizio centrale operativo lo hanno scovato in un appartamento nel quartiere Vito, nella periferia nord di Reggio Calabria. Lo stabile è di proprietà di un familiare di Lo Giudice. Il blitz è scattato alle prime luci dell’alba quando il latitante, ex boss e collaboratore di giustizia, si trovava in compagnia della moglie.

Non era armato e non ha opposto resistenza alle manette della squadra mobile. Già da alcuni mesi, gli investigatori avevano la certezza che il ricercato si trovasse a Reggio Calabria grazie a una rete di fiancheggiatori composta dalla moglie e da alcuni figli.

Lo Giudice si era accusato della stagione delle bombe che, nel 2010, sono esplose davanti alla procura generale e sotto l’abitazione del magistrato Salvatore Di Landro. Attentati che, secondo la ricostruzione fatta dallo stesso Lo Giudice prima di ritrattare tutto, fanno il paio con il bazooka rinvenuto a poche centinaia di metri dal palazzo di Giustizia e indirizzato all’ex procuratore capo Giuseppe Pignatone. Tutti reati per i quali il pentito è stato già condannato a 6 anni e 4 mesi. Una sentenza confermata in secondo grado anche dopo la sua fuga accompagnata da due memoriali e altrettanti videomessaggi attraverso cui Lo Giudice aveva addebitato la sua collaborazione alle pressioni subite da alcuni magistrati e investigatori, una “cricca” (così l’ha definita) che, nella seconda versione del boss latitante, sarebbe stata composta dall’ex procuratore Pignatone, dall’aggiunto Michele Prestipino, dal sostituto Beatrice Ronchi e dall’ex capo della mobile Renato Cortese.

Con l’arresto di oggi, il procuratore Federico Cafiero De Raho ha piazzato un punto fermo su tutta la vicenda che, in città, ha alimentato veleni tra magistrati e ha gettato ombre inquietanti sul palazzo di giustizia. Ombre che non hanno risparmiato neanche la Direzione nazionale antimafia, prima con l’inchiesta (archiviata) nei confronti del vice procuratore Alberto Cisterna, sospettato di avere rapporti con la cosca Lo Giudice (e per questo trasferito al Tribunale civile di Tivoli), e poi con le accuse mosse a carico del sostituto Gianfranco Donadio.

Nei suoi memoriali, infatti, l’ex collaboratore di giustizia aveva puntato il dito contro il magistrato della Dna contestandogli il tentativo di estorcergli dichiarazioni relative a personaggi legati ai servizi segreti e coinvolti in vicende palermitane che toccano le indagini sulle stragi di Capaci e via D’Amelio.

Veleni che affiorano anche nelle pieghe di un’inchiesta della Procura di Roma nell’ambito della quale, a ottobre, è stato arrestato il pentito Antonio Di Dieco accusato, con il suo avvocato Claudia Conidi, di aver tentato di convincere altri collaboratori di giustizia a screditate Nino Lo Giudice prima che quest’ultimo decidesse di ritrattare e fuggire. Trame oscure che trasudano illazioni in grado di confondere il lecito dai comportamenti non proprio deontologicamente corretti.

Ritornando alla cattura del latitante, all’interno del covo sono stati trovati anche documenti e materiale informatico che adesso deve essere analizzato dalla squadra mobile. Non è escluso che, proprio tra quei documenti, si possano nascondere le ragioni di una strana fuga che, al momento, deve essere catalogata solo come il tentativo di Lo Giudice di fare un passo indietro e ritrattare le sue dichiarazioni per salvare i familiari finiti in carcere.

Entusiasta il procuratore Cafiero De Raho che, in conferenza stampa, dopo aver ringraziato gli agenti del questore Guido Longo, ha illustrato i dettagli del blitz non nascondendo la sua soddisfazione per l’arresto di Lo Giudice: “È uno straordinario risultato. La sua cattura è l’ennesima dimostrazione del fatto che lo Stato a Reggio Calabria c’è. Con Lo Giudice in manette, adesso si scioglieranno tanti nodi rimasti irrisolti. Non lo abbiamo ancora sentito. Per interrogarlo aspettiamo di trovare un avvocato disposto a difenderlo e che non abbia profili di incompatibilità”.

“Con questo arresto – ha aggiunto il procuratore – abbiamo messo a tacere tutti quelli che dicevano che dietro Lo Giudice ci fossero forze occulte che ne avessero agevolato l’allontanamento. Lo Giudice era solo ed è stato agevolato solo dai suoi familiari. Dai nostri accertamenti, i memoriali sono risultati inattendibili. Ma ci sono ancora indagini aperte dalla Procura di Perugia e da quella di Catanzaro”.

Non era in conferenza stampa, ma sull’arresto di Lo Giudice è intervenuto anche il procuratore generale di Reggio, Salvatore Di Landro che, più volte, ha espresso dubbi sull’attendibilità dell’ex collaboratore: “Sono contentissimo e spero che si riesca a fargli dire la verità, rimuovendo le ridicole giustificazioni rese in passato in ordine agli attentati alla mia persona. Sarebbe opportuno soprattutto chiedergli come mai, se egli era l’autore dei due attentati contro di me e quindi portatore di una forte volontà malevola di colpirmi, nelle migliaia di intercettazioni riguardanti lui, suo fratello Luciano e altri del suo entourage, pur imprecando contro vari soggetti, mai, dico mai, Lo Giudice ha fatto riferimento a me o alla mia condotta. Io per i Lo Giudice è come se non fossi mai esistito. E allora come si giustifica tanto accanimento così pervicace ed aggressivo nei miei confronti?”.