Che il problema di Taranto e dell’Ilva fosse la scelta tra la salute e il lavoro, la Fiom non l’ha mai creduto. Per questo ammettiamo da subito un fatto: siamo fastidiosamente ostinati e abbiamo costantemente “rotto le scatole” alle istituzioni locali e nazionali perché il tema della sostenibilità ambientale della produzione di acciaio non può in alcun modo essere lasciato solo al rapporto tra azienda e sindacati.

Per questo abbiamo portato avanti con ostinazione, sia contro chi si batteva per la chiusura dell’Ilva, sia contro chi si batteva per la produzione ad ogni costo – a partire dalle organizzazioni sindacali che hanno addirittura partecipato ed aderito allo sciopero promosso dalla proprietà contro la magistratura – la nostra battaglia per mantenere le attività produttive attraverso un processo di ambientalizzazione e di bonifica, senza cadere nella trappola di chi mette in contrapposizione salute e produzione.

Anche perché chiudere l’Ilva non garantisce affatto la bonifica del territorio. Come dimostra la vicenda dell’altra Italsider, quella di Bagnoli. E’ di aprile la notizia dei 21 indagati – tra cui manager pubblici e privati e due vicesindaci – per disastro ambientale, falso, miscelazione di rifiuti industriali, favoreggiamento e truffa ai danni dello Stato. Eh già perché gli interventi di messa in sicurezza della zona, 107 milioni di euro spesi, secondo gli inquirenti sarebbero stati effettuati “solo virtualmente”.

E’ chiaro che la sfida di mantenere le produzioni e tutelare la salute, per poter essere vinta, necessitava e necessita di un coinvolgimento attivo delle istituzioni locali e nazionali. Da qui le continue sollecitazioni, telefonate e richieste di incontro che arrivavano alla regione Puglia e a Palazzo Chigi, affinché ci si dotasse di una legislazione stringente in termini di tutela ambientale.

Anche grazie a queste sollecitazioni, sono nati provvedimenti avanzati come la legge sulla diossina, il potenziamento dell’Arpa, la necessità di un monitoraggio continuo sulle emissioni nocive che fosse affidato ad enti terzi rispetto all’azienda, le ricerche epidemiologiche sulla popolazione – a partire dai lavoratori a diretto contatto con le emissioni – e il potenziamento delle strutture sanitarie. Le indagini della magistratura di Taranto e di Milano hanno poi portato alla luce un sistema di corruzione che ha permesso ai Riva di aggirare questi provvedimenti.

All’inchiesta della procura tarantina, i metalmeccanici Cgil hanno contribuito con proprie testimonianze, in particolare sul ruolo dei fiduciari. E, prima ancora, Massimiliano Del Vecchio (oggi responsabile della consulta legale della Fiom nazionale su salute e sicurezza), da avvocato della Fiom di Taranto ha promosso decine e decine di cause che mettevano in evidenza la relazione tra malattie professionali, tumori e morti dei lavoratori dell’Ilva e dell’indotto, certificando così la causalità tra le emissioni nocive e la malattia. Tutti procedimenti che sono stati utilizzati dalla procura di Taranto per il maxi processo: quello già in corso di svolgimento che ha prodotto i rinvii a giudizio dei dirigenti dell’Italsider dall’apertura dello stabilimento alla privatizzazione, e dei dirigenti dell’Ilva. La Fiom, unica organizzazione sindacale ad aver fatto questa scelta, si è costituita parte civile nel processo.

E’ vero, siamo forse una spina nel fianco e anche “i più preoccupati”, ma continuiamo a credere che non si può scaricare sui lavoratori e sulla popolazione di Taranto la scelta tra lavoro e salute. I mancati investimenti per bonificare la produzione, il raggiro delle leggi sono responsabilità della mala gestione dell’Azienda da parte della famiglia Riva. E’ ora compito delle istituzioni garantire che i profitti della proprietà vengano presi e usati per un vero risanamento e per garantire che l’Italia non perda un pezzo importante della sua industria.