Senza giri di parole Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini, in un articolo su Repubblica individuano, con condivisibili analisi, nelle fallimentari politiche restrittive la causa del mal d’Europa. Un male contagioso che sta incidendo sulla “salute” delle nazioni sempre più perse a cercare il modo per uscire dalla palude di una crisi, spesso alimentata da decisioni paradossali e controproducenti. L’attuale strigliata alla Germania, potrebbe innestare un bagno di umiltà al forte di turno che ha brillato non tanto per luce propria, ma anche per manifesta inadeguatezza degli altri Stati (in primis l’Italia) agli affari europei.

Peraltro, nel nostro Paese, la percezione dell’Europa è materia da indagare. Il semplice cittadino guarda all’Europa come un’entità a parte, non si sente coinvolto dal progetto europeo ma paradossalmente ne subisce solo le conseguenze. I decisori, invece, sperano nell’Europa per rimarginare le fratture interne. Questo ultimo punto “giustifica” l’inspiegabile l‘ottimismo del premier che sembra tranquillo mentre tutto intorno frana. Anche perché la stessa (carnefice) Europa, con notevole ritardo, si è accorta della galoppante povertà e dell’esclusione sociale che sta mettendo in ginocchio il nostro Paese e, più precisamente le fasce più colpite dall’inasprimento delle misure economiche.

In questo senso, le incoraggianti parole di Martin Schulz dovrebbero essere supportate da azioni concrete a cominciare da provvedimenti urgenti tesi a ridurre il divario territoriale e sociale. Provvedimenti del tutto incompatibili con il primato dell’austerity della quale tutti parlano male, ma a quanto pare ci vanno comunque a braccetto. Di sicuro occorre fare presto. Troppe sono le ricadute in termini di disagio sociale con disuguaglianze inaccettabili che non permettono di attuare il principio ispiratore europeo. La società attuale è disgregata e “vincolata” da alcune discipline imposte (es. pareggio di bilancio, Fiscal compact); è necessario soffermarsi sull’equilibrio dei gruppi sociali per la determinazione degli obiettivi di solidarietà unitamente agli equilibri istituzionali.

Un contesto sociale “squilibrato” da riequilibrare è compito di una “nuova” Europa che riesca a vedere oltre le apparenze e oltre i propri limiti. Per rovesciare le condizioni perché una società che vuole essere programmata secondo giustizia deve partire dalle ingiustizie, dagli squilibri senza risposte adeguate. Se, come afferma Ruffolo, l’equilibrio economico deve dipendere dall’equilibrio sociale, è necessario dare il giusto significato a un moderno concetto di welfareanche attraverso una specifica previsione normativa europea che sancisca dei livelli essenziali minimi, per ricostruire uno stato sociale ridotto a cumuli di macerie dalla cecità politica. Questo in nome di una pericolosa deviazione del processo europeo che, aderendo ciecamente ai dettami dell’austerità, ha prodotto vincoli insopportabili con risultati modesti con un “utile” solo per il “centro di potere” tedesco.

In questo senso, la modifica dei trattati europei, unitamente alla responsabile costruzione di uno Stato federale, come avvenne negli Stati Uniti del ‘700, potrebbe cambiare direzione all’attuale paradosso di un mantenimento dell’austerità che deprime la crescita, fa aumentare il debito e la frattura sociale.