Nel film In Time, il regista Andrew Niccol descrive una società futura, ma allo stesso tempo molto simile a quella in cui già viviamo, ovvero una società in cui il tempo è denaro. Nulla di nuovo, si potrebbe dire. Tuttavia, il film ha un grande merito: quello di mostrare il legame tra tempo/vita e denaro come un rapporto immediato, senza passaggi intermedi, senza possibilità di falsificazioni o manipolazioni. Nel film questo legame è infatti di tipo biologico; ogni individuo nasce con un tempo massimo di vita, già inscritto sul braccio (25 anni), e inizia a decorrere dal momento della nascita. Per poter prolungare l’esistenza oltre il tempo massimo consentito occorre lavorare; la paga consiste direttamente in tempo di vita. Non si guadagna, insomma, del denaro ma del tempo. Questa condizione però vale soltanto per i poveri, perché i ricchi sono sostanzialmente eterni, possedendo essi, dentro le loro banche, un tempo (denaro) praticamente infinito.

C’è però un altro aspetto del film che mi preme rilevare qui e che mi collega direttamente all’argomento che vorrei trattare. Il film ha anche il merito di mostrare come lo stesso accesso alla cittadinanza sia una questione di ricchezza (di tempo/denaro). Quando, infatti, Will Salas, il personaggio principale, decide di entrare nella città in cui vivono i ricchi, le barriere che egli è tenuto a superare non sono di tipo formale, ma solo di tipo materiale. Nessuno, insomma, gli chiede il passaporto o altri documenti. Non ci sono cioè leggi che impediscono – per un motivo o per un altro – l’ingresso o la residenza del protagonista povero nella città degli eterni. Tutto ciò che egli deve fare per accedervi è pagare a ogni posto di blocco costruito lungo la strada che separa i molti poveri dai pochi ricchi.

Il messaggio è dunque chiaro: le vere barriere nell’accesso alla cittadinanza sono quelle di tipo materiale, quelle formali servono, semmai, soltanto a legittimarle. Dunque, anche sotto questo profilo, il film di Niccol ha il merito di rendere immediatamente leggibili alcuni legami e condizionamenti già fortemente presenti nella nostra società. Può dirsi la stessa cosa dell’ultima legge approvata dal Parlamento di Malta in materia di cittadinanza, che prevede ora la possibilità di comprare la cittadinanza maltese, che è anche una cittadinanza dell’Unione europea dal 2004. La somma richiesta è pari a 650.000 Euro. Dunque, per essere chiari: per diventare cittadino maltese, e quindi dell’Ue, è sufficiente pagare. Per di più, non sarà neanche possibile rendere pubblica l’identità dei compratori della cittadinanza, stando alla legge appena approvata. Un po’ come accade per i soci occulti nelle società quotate in borsa: non si può conoscere mai la loro vera identità.

Altro che bilanciamento tra ius soli e ius sanguinis, su cui si accapigliano studiosi e politici europei, con argomentazioni spesso assai fantasiose, il cui fine ultimo, obiettivamente parlando (cioè al di fuori della loro volontà soggettiva), è quello di escludere soltanto i poveri. Perché i ricchi, si sa, hanno da sempre saputo trovare il modo di accedere alle cittadinanze (basterebbe ricordare qui la facilità con cui ottengono la cittadinanza modelle e calciatori famosi e ben pagati). Le barriere formali valgono soltanto per i poveri, cioè per quelli che vivono di fatica e di lavoro. La legge dello Stato di Malta, che attribuisce ora ai ricchi il diritto di comprare la cittadinanza Ue, non deve dunque scandalizzare, perché rende soltanto più immediato e visibile quel legame già di fatto esistente tra cittadinanza e ricchezza, che è solitamente occultato da altre leggi.