Ci sono momenti in cui la scelta di fare il mestiere di giornalista ti presenta il conto. Uno di questi momenti si è materializzato sulla prima pagina del principale quotidiano napoletano, Il Mattino. In grande evidenza ci sono due lettere. La prima è scritta dalla signora Immacolata Carosone. E’ la madre di Alessandro Riccio, uno dei due ragazzi di 18 anni, entrambi con precedenti per reati contro il patrimonio, uccisi sotto le ruote di una Smart guidata da Leonardo Mitri nella notte del 10 agosto 2013 mentre – secondo la versione del suo investitore – cercavano di sottrarre l’auto al conducente e alla sua fidanzata, pochi minuti dopo averli già derubati di un I-Phone. La seconda è la risposta firmata dal direttore de Il Mattino, Alessandro Barbano.

Due lettere che vanno lette d’un fiato. E che fanno riflettere sul significato della professione giornalistica, sui doveri e limiti del diritto di cronaca, sul dolore inconsapevole e involontario di certe scelte giornalistiche, per quanto formalmente e deontologicamente corrette. Di quella vicenda, che riempì pagine e pagine di cronaca, esiste anche un video. E’ agli atti delle indagini. E’ il filmato di una telecamera di sorveglianza di un esercizio di via Posillipo, nei pressi del luogo dell’incidente. Si vede la morte dei ragazzi, investiti in pieno. Quel video è stato diffuso in esclusiva sul sito de Il Mattino. E i lettori della testata partenopea hanno potuto commentarlo. A centinaia.

La lettera della signora Carosone è correttamente titolata: “Mio figlio ucciso senza pietà e voi speculate sul dolore”. Sintetizzandone ed estrapolandone i passaggi più significativi, la mamma di Alessandro Riccio dice di rivolgersi al direttore de Il Mattino perché ha appena appreso dai suoi avvocati che non può denunciarlo “per il ‘trattamento’ che ha riservato a mio figlio” e perché spera “di farle arrivare la mia sofferenza”. “Ho visto che il Mattino ha prestato molto interesse alla notizia della morte di mio figlio Alessandro, ne avete montato un caso. Sono state vendute un maggior numero di copie? Siete riusciti a dare un prezzo al mio dolore?”. La signora difende la memoria del figlio, ricordando che “non ci sono prove che abbia commesso la rapina”. E poi va al nocciolo, contestando la diffusione del video e il putiferio di commenti, quasi tutti a favore dell’investitore: “Grazie a lei ed alla sua redazione, ho potuto assistere,come in un film, alla morte di mio figlio. Scene che si ripetono nella mia mente incessantemente, che vanno ad acuire lo strazio di una perdita che solo una madre può provare”. “Vedo mio figlio scaraventato all’aria da un ‘criminale’ che riteneva che il suo cellulare valesse più della vita del mio Alessandro e del povero Emanuele (l’altro ragazzo morto nell’incidente, ndr)”. “Ad oggi – dice la signora Carosone – non ho capito quale fosse lo scopo di quel video. Anche di questo sono a chiederle spiegazioni”.

Ed ancora: “Se ciò non bastasse la devo ringraziare perché, tramite i commenti pubblicati, senza un minimo di filtro, da parte della sua redazione, ho capito che la morte di quel ragazzo che amavo più di me stessa, è servita per dare inizio alla «salvezza della città di Napoli». Centinaia di persone hanno esultato per la morte di mio figlio, ed hanno parlato dell’inizio della «ribellione dei buoni contro i cattivi»”. La signora prosegue: “Non sono una donna di cultura, sono una donna del popolo, non conosco le parole giuste per poter esprimere quello che ha provocato dentro di me tutto questo. Ma una cosa voglio dirgliela: tutti dobbiamo sentirci responsabili di ciò che è accaduto e nessuno, dico nessuno, davanti alla morte, al dolore di una madre, può ergersi a giudice”. Ed infine: “Il suo giornale, lungi dal filtrare queste notizie, ha provveduto a montare un altro caso mediatico: il web è dalla parte dell’assassino. Come crede mi debba sentire, come crede si debba sentire una madre? Sento il dovere di difendere mio figlio, la sua dignità, il suo ricordo, ma sono piccola e impotente. Spero di essere riuscita, almeno, a darle qualche spunto di riflessione, a farle capire quanto male avete fatto a me, a mio figlio Alessandro. Salvate la sua dignità, scrivete la verità. Scrivete che non ci sono prove che mio figlio abbia commesso la rapina. Scrivete che mio figlio aveva conseguito il diploma di pasticciere e che a settembre avrebbe iniziato a lavorare. Scrivete che Alessandro era un figlio, un padre, un compagno, un fratello, amorevole! Scrivete che Mitri (la Procura lo ha indagato per omicidio volontario, ndr) ha commesso un delitto efferato. Fate ciò che è giusto”.

E’ difficilissimo rispondere a una lettera del genere. Il direttore de Il Mattino lo ha fatto, con grande umanità e rispetto, titolando così la sua replica: “Ma la vendetta si condanna solo con la verità”. Scrive Barbano: “Signora, vorrei poterle dire che non è vero, che del suo strazio siamo partecipi. E invece devo convenire che ha ragione, che questo, come lei sostiene, è il nostro ‘mestiere’”. Poi ammette: “Scopriamo che abbiamo dato un dolore aggiuntivo ai genitori delle vittime, gli unici colpiti al cuore dalla tragedia. Abbiamo creduto che ciò che fa notizia potesse anche essere utile. La sua dignitosa protesta mostra quanto la nostra cronaca sia stata cruenta, al di la di ogni migliore intenzione”. E alle recriminazioni della madre che vorrebbe far ricordare il figlio come un padre amorevole e non un rapinatore, Barbano risponde: “Purtroppo non disponiamo, al momento, che della ricostruzione degli inquirenti e della versione dell’investitore. A che cosa è servito allora correre dietro alle ipotesi, raccontare una vicenda così parziale, a tratti oscura, tanto da autorizzare ogni illazione e scatenare i peggiori pregiudizi? Confesso che di fronte al coraggio del suo dolore non trovo una risposta convincente. La stessa ricerca della verità, a cui pure ancoriamo i nostri sforzi, mi pare in questo momento un esercizio sterile”.

Il direttore de Il Mattino, lucidamente e senza retorica, ricorda l’importanza dell’esercizio del diritto di cronaca anche per far luce sugli aspetti poco chiari di questa storia. Ma non sfugge alle insidie della domanda sull’opportunità di diffondere il video. “Forse che la testimonianza del male che affligge l’uomo possa servire a guarirlo? No, non ne abbiamo alcuna certezza. Il fatto è che, di fronte all’ingiustizia, non conosciamo altra risposta che la conoscenza. Questa non porta alcun rimedio a ciò che è accaduto, né sollievo per chi ha patito, né garanzia di redenzione per chi ha sbagliato,né fiducia che non accadrà più. Però ci insegna a riconoscere l’errore e ci dà una piccola occasione per fuggirlo”. Quanto ai commenti inneggianti alla morte dei due ragazzi, Barbano afferma: “Abbiamo chiesto loro: ma come fate a dire che uccidere due rapinatori sia un fatto positivo? Siete davvero convinti che la legge del taglione sia la più giusta per regolare oggi, nel 2013, il rapporto tra la vittima di un reato e il suo autore? Se queste domande non hanno smosso gli animi come avremmo creduto e voluto, se la vendetta privata ha più forza della giustizia e più consenso della pietà, dovremmo astenerci dal proporle, come lei sembra chiederci, e arrenderci all’evidenza della nostra inutilità? Ma non sarebbe, allora, ancora più buia una città già straziata da una violenza urbana angosciante? Quando anche noi rinunciassimo a vendere più copie, che è sì uno dei motivi più visibili, ma non l’unico, del nostro esistere, non sarebbero più deboli i dubbi che soli possono scongiurare che la tragedia si ripeta?” Il direttore infine si augura che dalla lettera della mamma di Alessandro Riccio possa ridare slancio a “una voglia di comprendere che, grazie anche alla sua testimonianza, speriamo risulti più vera, più spontanea, più utile della vendetta. Perciò con ammirazione la ringraziamo di averci scritto”.