Giornate di occupazioni stanno scuotendo il mondo studentesco, da Nord a Sud, per rivendicare un diverso modello di diritto allo studio e welfare.

Stamattina a Roma le studentesse e gli studenti delle università capitoline hanno riaperto l’ala Ruperti della residenza di Via Cesare De Lollis 20, per riappropriarsi dal basso dei 110 posti Letto negati ai borsisti dall’Agenzia Laziodisu e per protestare contro la totale distruzione del welfare studentesco in città. Studiare nella regione Lazio infatti è un lusso per pochi: nonostante le tante e ripetute promesse, si continuano a negare borse di studio, posti alloggi e servizi. “I posti ci stanno perché non ce li danno”, si legge dagli striscioni dello stabile liberato. Sono 554 infatti i posti alloggio che la Regione nega agli aventi diritto nonostante siano immediatamente disponibili, 906 gli studenti meritevoli e privi di mezzi che si trovano nell’impossibilità di accedere ai benefici costituzionalmente previsti per sostenere il proprio percorso universitario.

Sempre stamattina a Bologna studenti e precari hanno occupato invece l’ex Maternità in via D’Azeglio 56, contro la svendita del patrimonio pubblico portata avanti dalle istituzioni locali negli ultimi 20 anni e confermata oggi dal governo Letta come via d’uscita dalla crisi. L’ex Maternità ha una lunga storia: è stata sede universitaria, pronto soccorso e scuola materna, nel 2011 poi la Provincia l’ha svenduto per metà del suo valore all’imprenditore Romano Volta che lo ha aperto occasionalmente per mostre ed esposizioni. In progetto nello stabile ora c’è la creazione di un grande albergo di lusso, con annesse enoteca e birreria. L’hanno riaperto gli studenti in mobilitazione stanchi di vedere il patrimonio pubblico svenduto a privati per accrescere i propri profitti ed azzerarne la funzione sociale.

Dall’8 Novembre intanto a Torino gli studenti hanno occupato e riaperto la mensa Edisu di via Principe Amedeo 48, chiusa la primavera scorsa ma non per motivi di ristrutturazione o messa in sicurezza. La ditta E.Di.S.U ha infatti chiuso lo stabile dopo aver esternalizaato la gestione di molte mense e aumentato il costo dei pasti, con il conseguente crollo dell’utenza e quindi dei profitti per la ditta. Gli studenti si sono visti negare un servizio essenziale come quello della ristorazione e hanno deciso di riappropriarsene dal basso, rimettendo in funzione la mensa e garantendo agli studenti pasti a prezzi popolari e uno spazio dove studiare e condividere conoscenze aperto 24h su 24. Contro i tagli lineari al diritto allo studio portati avanti dalla Giunta Cota così come dai governi nazionali gli studenti hanno deciso di ribaltare il tavolo, non andranno via dalla Mensa fino a che non verranno ripristinati i fondi (oltre 15 milioni di euro in meno dal 2009 al 2013) e cambiate radicalmente e in senso democratico le politiche locali e nazionali.

Esito diverso ha avuto a Pisa l’occupazione dello stabile di Santa Croce in Fossabanda di proprietà comunale ma rimasta inutilizzata. Gli studenti e le studentesse che lunedì l’avevano occupato sono stati immediatamente sgomberati e, nonostante il loro tentativo di costruire un filo diretto con il Comune, l’amministrazione ha fatto orecchie da mercante. Gli studenti propongono di affidare la gestione dell’immobile all’ARDSU, per una sua conversione in mensa e residenza universitaria, al fine di sopperire alla carenza di posti alloggio che oggi vede in città più di 1500 aventi diritto non assegnatari di posto alloggio.

Da Roma a Bologna, da Pisa a Torino gli studenti lanciano l’ultimatum di un’intera generazione al governo delle larghe Intese e alle politiche di austerità. Hanno occupato luoghi sottratti alle comunità e lottano per vedervi restituita quella funzione sociale azzerata da politiche inique e tagli lineari all’istruzione e al welfare. Gli studenti continueranno a mobilitarsi il 15 Novembre in tutte le piazze del Paese e il 16 Novembre a Pisa, Napoli, Gradisca e Susa. Quello che stiamo vedendo in questi giorni è un fiume in piena che non si fermerà fino a quando non ci sarà un’inversione di marcia radicale nelle politiche economiche delle istituzioni a tutti i livelli, fino a quando non si ascolteranno le proposte che nascono tra i banchi di scuola e dell’università e si rimetterà in discussione l’attuale modello di sviluppo.