Il figlio dei miei vicini di casa è un piccolo nerd appassionato di musica. Il suo migliore amico negli ultimi tre mesi è stato Arduino, con cui ha passato diverse nottate giù in cantina a costruirsi una specie di stereo rudimentale di cui ha trovato le istruzioni in rete. Devo ammettere che, nonostante più che di una costruzione abbia l’aspetto di uno stereo decostruito, o di una carcassa di stereo, funziona abbastanza bene. Ora passiamo anche noi le notti con lui…La madre, fiera, mi ha chiesto se potevo segnalarlo a qualche rivista di design. In fondo il figlio ha letteralmente “progettato” uno strumento apparentemente dal niente, ha impiegato un prodotto a tutti gli effetti di design, ovvero di interaction design (cioè Arduino), e non ha prodotto un risultato molto di diverso da quello che si vede in tanti siti di maker digitali o autoproduttori artigianali che si dichiarano designer.

Ammetto di aver avuto grandi problemi a giustificare perché non l’avrei segnalato e spiegarle la differenza tra un utente/designer e un designer/utente, o meglio tra un hobbista (che fa per sé) e un diyer (do it yourself) che fa da sé. E ho tutt’ora difficoltà a tracciare un confine che sia verbalizzabile: in fondo, è vero, si tratta anche in questo caso di espressioni sintomatiche di un certo stato dell’arte del design contemporaneo e le etichette non aiutano a spiegarsi.

Finché non mi è venuto in aiuto P.A.C.O. La prima volta che l’ho visto pubblicato su un blog straniero, non avrei sinceramente immaginato che i suoi creatori avessero dimora a pochi chilometri da me, in un quartier generale col corpo da location di rappresentanza, e la testa da fablab, con tanto di macchina per il taglio laser, fresa a controllo numerico, e due stampanti 3d, con una quindicina di personale (tra designer, ingegneri elettronici e programmatori) e un limbo dove scattarsi le foto dei prodotti.

P.A.C.O. è uno stereo digitale ogni cui singola componente se non è creata ex novo, è almeno assemblata dai suoi designer, Innocenzo Rifino e Diego Rossi (aka Digital Habits); l’hardware di Arduino è miniaturizzato e sono prese solo le componenti necessarie del processore, che è completato da una scheda bluetooth che permette di ricevere informazioni da qualunque device e da un amplificatore audio. Il tutto è rivestito da una colata di (cassa acustica per i bassi) completata nella parte superiore da una lastra di abete di risonanza (per la riproduzione degli alti). P.A.C.O. è molto ben presentato sul sito di digitalhabits.it, insieme ai suoi fratelli progetti open source. Chi vuole (e ne ha i mezzi) può scaricarsi le istruzioni e farselo a casa propria a modo suo, oppure comprarlo così (bello!) come lo propongono i suoi autori, o anche acquistare a 1/5 del prezzo dell’intero stereo, solo la sua anima matematica, ovvero la scheda elettronica.

Ora, a fare la differenza non è tanto il fatto che P.A.C.O. sia fatto da designer laureati anziché da un ragazzino e neanche che sia assemblato in uno studio attrezzato, al posto di uno scantinato, e forse nemmeno il fatto che sia un oggetto che uno potrebbe desiderare mettersi in casa, ma il fatto che sia pensato per quello scopo. La differenza con uno stereo che chiunque abbia un po’ di passione per il faidate e l’elettronica può farsi a casa sua, non sta insomma tanto o solo nel risultato, ma nel processo. P.A.C.O. traduce l’atteggiamento del making in un prototipo funzionante, vendibile, desiderabile, e poi restituisce al mondo del progetto e ai frequentatori di Creative Commons il risultato di un processo che è a sua volta determinato da un contributo collettivo, rilasciandolo in modo libero al miglioramento di altri utenti.

I suoi designer hanno immesso nel mercato un progetto, insomma, fatto sì da sé, ma per il pubblico, interessandosi anche dell’esperienza dell’oggetto: un progetto nuovo e a 360 gradi open source. Questa è una novità e una differenza importante con tante altre esperienze dilettantesche che si vedono in giro. Alla mia vicina di casa allora dovrò dire che suo figlio non ha di fatto creato niente, ma ha semplicemente applicato un tutorial ingegneristico, un po’ come lei quando fa una torta e si scarica la ricetta da internet e che la forma che ne è uscita era la più scarna possibile, coincidente con la sua funzione, non scelta. P.A.C.O. invece è una nuova creazione a tutti gli effetti, sia nel processore che contiene, sia nella forma disegnata che hanno voluto darle i suoi creatori. Ops, designer.