In primissima battuta, poco dopo la metà del decennio scorso, sembravano una delle tante band inglesi dedite alla riproposizione della classica matrice post-punk chitarristica spigolosa ed ostile definita dalla sacra triade Gang of Four, Fall e Joy Division, pur se impreziosita dall’aggiunta di un estroso tocco arty, electrock e melodico psichedelico. Si ascoltino a questo proposito le prime autoproduzioni ed in particolare un singolo un po’ piacione come “Elvis”, inizialmente uscito nell’EP “Now Pluvial” nel 2006 e poi rilanciato un paio d’anni dopo in pompa magna dalla Domino, l’etichetta che non a caso aveva già portato alla ribalta anche gruppi “pop-olari” come Franz Ferdinand ed Arctic Monkeys.

Ed invece, come un bell’anatroccolo che diventa cigno nero, questo manipolo di nuovi puritani londinesi guidati dal serafico Jack Barnett, dopo i primi confortanti ma ancora non perfettamente decifrabili segnali lanciati con lo scalciante “Beat Pyramid”, l’album d’esordio del 2008, ha bravamente lasciato la via semigiovanilistica per intraprendere una più proficua maturazione sotto il segno di una sempre più raffinata ed austera ricerca stilistica in continua evoluzione. C’è già talmente tanta carne al fuoco nel primo disco che il merito della band è stato quello di aver canalizzato gli sforzi in una direzione specifica, dando una precisa identità ad ogni successiva produzione.

Nel 2010 esce “Hidden”: il secondo album è musica d’assalto che esalta la vena più tetra, marziale e minacciosa insita nel dna dei puritani, sin dalla copertina completamente nera con un labirinto in rilievo tribale, palpabile, come piercing sotto la superficie della pelle. Disco solenne, bellicoso, orchestrale, in cui si respira non solo la drammaticità più cupa del Novecento ma anche l’odore del sangue che impregna la terra d’Albione in una “Time Xone” distopica fuori dal tempo: e sono marce e tamburi di guerra (“We Want War”) e tintinnar di sciabole e trascinar di catene e incendi che vengono appiccati furiosamente (“Fire-Power”) e colpi secchi, sordi e spaventosi e cori di anime perdute alle porte di Orione ed infine neve che cade silenziosa oltre la Barriera (“5”), come in una sorta di Game of Thrones magicamente e terribilmente reale in cui insondabili forze oscure dettano i destini delle umane genti. Questo innesto di energie ancestrali in un moderno medioevo classicheggiante potrebbe anche essere letto musicalmente e culturalmente come la reincarnazione sotto nuove sembianze, nel nuovo millennio, dello spirito della tradizione del neofolk apocalittico, pagano e post-industrial dei vari Death In June, Current 93 ed Angels of Light. Alla produzione l’ex Bark Psychosis Graham Sutton ed il risultato è un disco di spessore.

Field of Reeds”, il nuovo album che ha visto la luce quest’anno, è un disco molto più quieto, intimista e placido, ancor più profondo del predecessore, altrettanto intenso, pieno di sfumature ed arricchito anch’esso da un’amplissima schiera di musicisti: può vantare infatti l’apporto inestimabile di un largo ensemble di musicisti, una vera e propria orchestra, nonché di una quantità di voci impressionante, dalla splendida cantante portoghese Elisa Rodrigues al coro dei bambini della St Mary’s Church of England Primary School sino al Synergy Vocal Ensemble. Sono proprio le voci a rendere speciali le atmosfere di questo disco – un lavoro che conferma la classe assoluta della band inglese – ma anche le cadenze date dal piano e l’espressività malinconica della sezione fiati con clarinetto, corni e tromboni e di tutti gli altri strumenti, dagli archi sino al vibrafono, in meravigliosa armonia a tessere melodie eterne. Se vette di poetica bellezza vengono raggiunte nell’arco di tutto l’album, da “The Light In Your Name” a “V (Island Song)”, da “Spiral” ad “Organ Eternal” merita almeno una citazione anche il pezzo d’apertura, “The Way I Do”, realizzato a partire da un field recording catturato per strada da Jack Barnett: frammenti di una canzone di Burt Bacharach, “This Guy’s In Love With You”, canticchiati da uno sconosciuto e ricomposti. Con le ovvie e dovute differenze, un’operazione simile a quella compiuta nel 1971 da Gavin Bryars con il capolavoro “Jesus’ Blood Never Failed Me Yet”. Nel complesso “Field of Reeds” è un disco magnifico che certamente sarà molto apprezzato dagli estimatori di un poeta della musica inglese come Mark Hollis ma non solo, vista l’universalità del messaggio.

These New Puritans sarà live martedì 12 novembre al Locomotiv Club, apertura porte ore 20.30, inizio ore 21.30. Ingresso 18 €. Tessera AICS obbligatoria.