Jeanne e Dédo

di Luca Vivarelli

L’irritabile vento dell’inverno non potrà gelare

il rude sole del tropico non potrà mai disseccare le rose

nel giardino di rose che è nostro e soltanto nostro”.

Thomas Stearn Eliot

Non so perché mi sia deciso a scrivere questa storia. Forse perché, dopo tanti anni, mi sembra sempre più incredibile e scriverla mi permette di cristallizzare gli avvenimenti di quei giorni lontani che altrimenti prenderebbero sempre più le connotazioni di un sogno. E invece è accaduto veramente. Certo che a pensarci bene verrebbe quasi da ridere. Di nuovo qui, alla Pitié-Salpêtrière, come al tempo in cui si svolge la storia che sto per raccontare, ancora in questo ospizio-ospedale, un complesso progettato nel 1657 dall’architetto Libéral Bruant, lo stesso che concepì Les Invalides, di nuovo in questi androni, corridoi bui, tra l’odore di creolina e di alcool, in questa costruzione che fu fabbrica di esplosivi e poi divenne ostello dei diseredati, degli ultimi, e dopo anche ospedale, teatro di dolori, solitudini e speranze infrante, di giorni che non avrebbero ceduto più ad alcuna illusione. Per una sorta di nemesi sono finito anch’io in fondo a una camerata buia e maleodorante della Pitié-Salpêtrière, a rimestare i pensieri e soprattutto il ricordo degli incredibili fatti di quella primavera del 1957.

A quel tempo, fresco di Sorbona, lavoravo come praticante a Le Figaro, sperando di diventare un giorno cronista. Di nera, possibilmente. Mi appassionavano le storie dei frankaoui, i malviventi di origine francese, e delle loro scaramucce in punta di coltello con i pieds noir, les algériens, i francesi algerini, e poi le prostitute di Montparnasse e di Les Halles, i loro souteneurs, i magnaccia sempre incravattati e lustri come manichini, con i capelli impomatati ma sporchi, i loschi traffici che si svolgevano nelle viuzze intorno al Moulin Rouge. Ma da apprendista, da pària ultimo arrivato al giornale, mi toccavano sempre i servizi peggiori, quelli più noiosi o più lontani, insomma quelli che nessuno voleva fare. Infatti quella mattina il direttore mi aveva spedito alla Pitié-Salpêtrière per un servizio sulle celebrazioni del terzo centenario della fondazione dell’edifico che ospitava il Groupe Hôpitalier. A quel tempo Parigi era una città meravigliosa: le biciclette sul pavé, le gite al Bois de Boulogne, i tavoli in strada davanti ai bistrot, le brasseries fumose e confusionarie, l’accordéoniste de Mouffetard che suonava la fisarmonica seduto su una piccola sedia sull’angolo della strada e sopra a tutto la voglia di lasciarsi dietro la guerra, il cui ricordo era ancora troppo vivido e doloroso, il desiderio irrefrenabile di vivere la vita e rinascere ogni giorno, sapori e immagini di certi mercatini di quartiere che ho rivisto nelle fotografie di Doisneau e di Cartier-Bresson: i decolleté a punta delle ragazze, i capelli indietro dei ragazzi, la foggia dei soprabiti e delle gonne, il ballo domenicale nei locali lungo la Senna. Cose che poi si perdono nel durare del tempo, si dimenticano.

Arrivai in Place Marie Curie percorrendo il Boulevard de l’Hôpital in quella splendida mattina di primavera, in cui il profumo dei tigli faceva da cassa di risonanza a un sole tenue ma già caldo alle dieci. Sulle scalinate del Sacro Cuore alcune ragazze si crogiolavano al sole e, passando davanti alla Gare d’Austerlitz, notai che Jacques le fleuriste era finalmente tornato a disporre sul marciapiede il suo caleidoscopio fiorito: era il segno che la stagione stava davvero cambiando, ci si lasciava l’inverno alle spalle, si tornava a incontrarsi nelle piazze e per le strade dei quartieri, si tornava a vivere. Sul piazzale della Pitié-Salpêtrière campeggiavano gli stendardi che ricordavano ai parigini l’avvenimento e sulla scalinata d’accesso, addobbata di gelsomini fioriti, un tappeto scuro segnava il camminamento fino al grande portone. Attraverso il quale transitai non senza una certa soggezione, forse timore. Chissà, forse in quel momento già presagivo che quella sarebbe stata la mia ultima dimora, molti anni dopo. Nel chiostro le autorità stavano festeggiando con il personale e gli ospiti, quelli che potevano naturalmente, gli altri erano rimasti nelle camerate, taluni incuranti, altri disgraziatamente inconsapevoli di cosa stava accadendo attorno a loro. Mi presentai al direttore che, affaccendato com’era a fare l’anfitrione e distribuire sorrisi e strette di mano, mi dirottò subito verso una caposala corpulenta e svogliata che mi sciorinò la lezioncina imparata a memoria sulla fondazione, mi raccontò qualche aneddoto, mi mostrò le cose migliori che quel luogo poteva offrire e poi, con una scusa qualsiasi, mi piantò in asso in mezzo a un androne e scomparve nel dedalo dei corridoi. Anche lei aveva voglia di fare festa. Così mi ritrovai sperso in quel labirinto di camerate in penombra, cercando di capire come si potesse uscire dalla flebile luce delle lampade fioche e tornare al sole. Sbagliando strada entrai in una delle camerate che sul momento mi sembrò vuota. Non era così. Nell’ultimo letto vicino alla finestra vidi un vecchio disteso. Non so cosa mi spinse ad arrivare fino a lui ma mi avvicinai silenzioso a quella figura esile che, adagiata sul letto, quasi non lasciava traccia della sua presenza e dalla risvolta del lenzuolo uscivano solo le spalle e la testa; il resto del corpo pareva non esistere da quanto era magro. Quando gli fui di fronte lo osservai attentamente. Aveva il viso allungato e scarno, gli occhi infossati e cerchiati di nero, la barba lunga, liscia e bianca, la pelle traslucida e di un colore terreo che non lasciava presagire niente di buono. Quel viso mi ricordava certe figure di El Greco in un dipinto che avevo visto a Toledo, “El entierro del Conte de Orgaz”, durante un viaggio in Spagna di qualche anno prima. Il vecchio dormiva, forse sonnecchiava, certo stava morendo. Gli occhi socchiusi e lacrimosi e il respiro pesante, quasi un rantolo, la dicevano lunga sul suo stato. Ebbi un moto di pietà e mi accostai al letto. Quando la vedi arrivare nelle occhiaie spente, quando la riconosci dal respiro affannoso che quasi si sofferma in punta di denti, la morte suscita sempre un sentimento di rispetto e compassione, addirittura di empatia con il moribondo, anche se è un estraneo. Mi mossi e urtai il comodino facendo cadere un cucchiaio sporco. L’uomo parve destarsi, aprì appena gli occhi e li volse verso di me. Quando mise a fuoco la mia figura le palpebre gli si spalancarono e la bocca si aprì in un’espressione di meraviglia, mostrando i denti radi, consunti e di un colore indefinibile. Pensai che forse mi stava scambiando per qualcun altro, forse un figlio inatteso che era venuto da lontano a salutarlo. Ma la sua sorpresa si trasformò in frenesia. Prese a muovere maldestramente le mani frugando sotto il pigiama, si tastava il collo e il petto, capii che stava cercando qualcosa. Azzardò qualche parola ma dalla sua bocca uscirono suoni che non compresi. Finché riuscì a trarre da sotto la maglia di lana una grossa chiave che teneva legata al collo con una cordicella di cuoio. Era una chiave molto vecchia, si vedeva dalla foggia, di quelle che una volta aprivano i chiavistelli delle stalle o delle cantine. Me la porse cercando di sfilarsi il cordino dal collo. Capii che me la voleva dare in mano e lo aiutai. Quando la chiave fu tra le mie dita i suoi occhi si addolcirono, sembrava contento, come se finalmente fosse riuscito a portare a termine un compito creduto impossibile. Non capii ma lo lasciai fare. E lui, sempre guardandomi dalle rive dello Stige, alzò l’indice al cielo ammiccando con gli occhi in alto. Di nuovo cercò di dire qualcosa ma le parole inciampavano nelle labbra e dalla sua bocca non uscivano che suoni rochi e incomprensibili. Lo guardai e gli sorrisi, annuendo d’istinto con la testa in un lieve moto di ringraziamento. Lui parve contento e si abbandonò sul cuscino, tornando a sonnecchiare e al suo respiro sordo e pesante. Stetti ancora un poco lì con quella chiave in mano senza sapere bene cosa farne. Stavo per metterla sotto il suo cuscino quando notai che sull’asola c’era un’incisione: “11 gr chaum”. Chissà cosa voleva dire. Mi trattenni lì ancora per parecchi minuti con la chiave in mano, cercando di capire come sbrogliare quella specie di sciarada ma non mi veniva in mente niente. Mi incamminai per la camerata tra le due file di letti uguali verso l’uscita, tenendo gli occhi su quell’effigie di uomo alla fine del suo cammino e stringendo in mano la sua grossa chiave. Sul piazzale il sole mi fece tornare al mondo. Mi voltai ancora a guardare i finestroni del palazzo che ora mi sembrava lugubre come può esserlo solo l’Ultima Stazione, poi inforcai al volo la bicicletta e, incurante del pavé e dei suoi dolorosi effetti sulle mie parti basse, infilai a rotta di collo il viale alberato. Mi promisi che quella sarebbe stata l’ultima volta che passavo dalla Pitié-Salpêtrière, non sapendo che la sorte mi ci avrebbe ricondotto mio malgrado, come infatti è accaduto.

Quarta di copertina

Questi racconti appartengono al fantastico, termine inteso in senso borgesiano e dei cuenteros della scuola di Buenos Aires, da Byoy Casares alla Silvina Ocampo, passando per Julio Cortazar e gli altri protagonisti di quella stagione magica e irripetibile, pur non mancando agganci con la prosa giapponese del novecento, che molto ha dato alla letteratura mondiale. Ma non mancano sapori nostrani, da Buzzati a Calvino, al quale è dedicato addirittura un racconto sotto forma di intervista impossibile e certi riferimenti alla tradizione popolare. Geometrie precise e finali a sorpresa, senza indulgere al sensazionale ma cercando di osservare lanimo umano nelle sue mille sfaccettature, scrutando tra le ombre delle sconfitte, dei dolori appena sopiti, degli amori sconfinati, raccontando le infinite sfumature delle vite con una pennellata tesa, a tratti impressionista.

Biografia

Luca Vivarelli, nato a Pistoia il 29 agosto 1957. Interprete e traduttore, ha pubblicato una breve silloge per il gruppo L’Espresso e composto alcune canzoni che stanno per uscire in un disco pubblicato da un gruppo pistoiese

mail: irene.vivarelli@tiscali.it