Roberto Maroni sacrifica Gianluca Pini, uno dei colonnelli, per garantire la poltrona al suo figlioccio: Matteo Salvini. La sintesi della giornata leghista è tutta qui. E qui c’è il suicidio definitivo del Carroccio. Perché Salvini alla guida del partito non lo voleva e non lo vuole nessuno. Per questo negli ultimi giorni si erano candidati buona parte dei Barbari Sognanti della prima ora: il sindaco di Verona Flavio Tosi, l’assessore della giunta Maroni ed ex parlamentare Gianni Fava, il presidente del Copasir e macchina da guerra elettorale Giacomo Stucchi e Gianluca Pini. Tosi, Fava, Stucchi e Pini, membri della segreteria politica di via Bellerio, uomini fedeli a Maroni negli anni in cui nella Lega essere contro Bossi voleva dire ritrovarsi ai margini. Colonnelli che hanno fatto la battaglia al posto di Maroni per sostituire lui al Capo. E ci sono riusciti.

Ma i barbari sognanti, così erano chiamati i sostenitori di Bobo, nel tempo ne hanno criticato l’operato contestando la mancanza di dialettica e l’impossibilità di confronto. È bastato un anno. Hanno tentato in ogni modo di farlo desistere dall’indicare Salvini alla successione. Inutilmente. Come ultima mossa hanno presentato la loro candidatura per convincere Maroni a scegliere un altro nome, sperando fino all’ultimo di vedere arrivare la candidatura di Giancarlo Giorgetti, il Letta della Lega, tessitore leale di equilibri improbabili all’interno del Carroccio. Uno che, per dire, riusciva a far dialogare tra loro Bossi, Calderoli e Tremonti. E si capivano pure. Ma Giorgetti, cugino del banchiere Massimo Ponzellini e laureato in economia alla Bocconi, oggi capogruppo della Lega alla Camera, non ne ha voluto sapere. Lui è l’uomo del dialogo, delle liste e, per quanto non condivida il passaggio a Salvini (col quale non ha mai avuto ottimi rapporti) preferisce rimanere distante dalla prima linea del fortino di via Bellerio.

L’unico che poteva davvero impensierire Salvini era Pini. Ma per un presunto errore nella presentazione della candidatura, Pini è stato fatto fuori. Sacrificato per salvare Salvini. “Pensa se fosse stato il figlio”, si confida un altro colonnello decisamente critico con Maroni ricordando le tanto criticate gesta di Umberto Bossi con il figlio Renzo il Trota. “Prima di Pini abbiamo spinto per Manes Bernardini, su cui ora torneremo compatti, ma il segnale è deleterio: aver escluso Gianluca conferma l’inconsistenza del progetto maroniano”. Parole pesanti. Indicibili. E ancora più gravi se l’estensore concedesse di rilevare il suo ruolo nel partito. “Aspettiamo”, garantisce. Perché ancora non è detto: Pini infatti presenterà ricorso allegando la documentazione necessaria a smentire la decisione di via Bellerio. Al segretario romagnolo hanno contestato il non aver presentato la candidatura alla segreteria organizzativa presieduta da Roberto Calderoli. In realtà non solo ha consegnato la richiesta nelle mani di Calderoli ma è stato proprio il padre putativo del Porcellum a suggerirgli di affidarlo nelle sue mani. Insomma non è ancora detto.

Al momento le candidature sono cinque. Salvini, Umberto Bossi, l’emiliano Manes Bernardini, Stucchi (che però si sfilerà considerato il suo ruolo al Copasir) e Roberto Bossi Stefanazzi, ammesso pur essendo privo dei 10 anni di militanza stabiliti nelle regole del congresso. La tanto decantata unità è oltre il crepuscolo. La Lega appare più che mai spaccato e sfilacciata in fazioni contrapposte. E dal conflitto tra ortodossi bossiani e barbari maroniani il Carroccio è passato al tutti contro tutti. Calderoli ancora sogna la candidatura unitaria. “Non è detto che da cinque nomi alla fine ci siano cinque candidati”, ha detto. E per quanto abbia assecondato la scelta di Maroni gli ha mandato un messaggio a mezzo stampa: “Io sono perché nessuno sponsorizzi nessuno, perché poi il risultato spesso non è quello che si vorrebbe”.

Dal canto suo Salvini sembra piuttosto rassicurato dai nomi degli avversari. Ieri ha comunicato la sua candidatura via Facebook e ha esternato su tutto. Dal Milan (“Allegri va cacciato subito insieme a Balotelli”) alla magistratura (“se Lancini è innocente pm a spaccare pietre in Siberia”) al ministro Kyenge definita “più razzista della Lega”. Salvini è lanciatissimo e guarda al 7 dicembre, giorno in cui i militanti sceglieranno il successore a via Bellerio e vede già l’incoronazione al congresso del 15 dicembre al Lingotto di Torino. Tra tv, radio e social network il segretario della Lega Lombardia è impegnatissimo. “Del resto lui è riposato, a guardarle dalle file dietro le guerre non sono impegnative”, sputa veleno il colonnello di prima riferendosi allo scontro tra Bossi e Maroni in cui Salvini assunse posizioni decisamente defilate. Ora tutto dipende da Calderoli: se accetterà a o meno il ricorso che Pini presenterà a giorni, presumibilmente già domani mattina. L’unica certezza è che Maroni ha sacrificato un suo colonnello, per mettere il suo delfino.