Sul sito di una prestigiosa rivista scientifica americana (i Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America) è apparso un articolo in cui un gruppo di ricerca ha riportato i risultati di alcune ricerche sulle basi genetiche della memoria. Come si legge nell’abstract, il team è riuscito a identificare alcuni composti farmacologici e, tra questi, uno in particolare ha mostrato l’effetto di ridurre ricordi spiacevoli in persone affette da sindrome da stress post-traumatico. Se ulteriori ricerche confermassero questi dati e l’efficacia di trattamenti derivabili da studi sul genoma, le potenzialità terapeutiche sarebbero stupefacenti: la sindrome da stress post-traumatico è un disturbo che si manifesta in sofferenze psicologiche derivanti da ricordi di esperienze particolarmente traumatiche (ad esempio esperienze di guerra). Si tratta quindi di risultati molto promettenti e sembrano coronare uno dei sogni originari del Progetto Genoma, ossia tradurre le conoscenze genetiche in trattamenti e cure.

Non sono le prime ricerche sulle basi biologiche della memoria a scopo terapeutico e, come ogni volta che vengono pubblicati dati incoraggianti, anche in questo caso non sono mancati i commenti che mettono in guardia sulle conseguenze di una disponibilità futura di farmaci capaci di intervenire sui ricordi, sopprimendoli.

Il tema più volte evocato è la “manipolazione” della memoria. Esistono, del resto, molti esempi in letteratura e nel cinema che rappresentano gli effetti perversi di una memoria alterata oltremodo rispetto alla “norma”. Basti pensare al racconto Funes el memorioso di Jorge Luis Borges, in cui il protagonista è maledetto da una memoria prodigiosa e abnorme; oppure al film Se mi lasci ti cancello (la pessima traduzione del titolo originale The Eternal Sunshine of a Spotless Mind) di Michel Gondry, dove Jim Carrey e Kate Winslet ricorrono ai servizi di una clinica che ha messo a punto un trattamento per rimuovere il ricordo spiacevole di storie d’amore finite male.

È proprio il film di Gondry che mette a nudo il dilemma più ricorrente quando si discutono le implicazioni etiche di tecniche capaci di intervenire su una facoltà come la memoria: viene infatti evocato il pericolo di una specie di pendio scivoloso per cui dagli usi terapeutici, che tutti siamo pronti a benedire, ad usi futili e pericolosi, il passo sarebbe breve. Del resto, avere a portata di mano un trattamento capace di estinguere con facilità ricordi di esperienze non traumatiche, ma semplicemente dolorose, come appunto la fine di una relazione, un lutto, una delusione di qualsiasi tipo, non significherebbe anche privarsi con altrettanta facilità di quelli che sono momenti comunque importanti delle nostre vite? Anzi, non è proprio la presenza di questi momenti dolorosi e spiacevoli a rendere ancora più apprezzabili la loro assenza e il loro superamento? La parola significativa è qui “facilità”: riuscire a eliminare un dolore senza sforzo potrebbe prevenire importanti processi di crescita personale, togliere significatività all’esistenza, rimuovendo contemporaneamente gli ostacoli e la positività dei tentativi, falliti o riusciti, di superarli.

Ma ci sono questioni che mi sembrano ancora più urgenti e su cui la comunità scientifica dovrebbe iniziare davvero a interrogarsi. In primo luogo, una parte consistente di ciò che siamo è costituita dalle nostre memorie. Chi ci assicura che interventi come quelli prospettati portino sia effetti benefici locali sia effetti meno benevoli di carattere “strutturale” sulla nostra identità personale? Inoltre, su un livello più collettivo, non dobbiamo scordarci che già adesso sono in atto processi di manipolazione delle coscienze che minacciano la nostra autonomia individuale. I possibili interventi futuri sulla memoria potrebbero rivelarsi armi efficaci tanto quanto perniciose per poter estendere e rafforzare questa opera manipolativa. Sono interrogativi questi che non invitano alla cautela. Già oggi la nostra capacità di intervenire sui processi biologici rende sempre più labile il confine tra ciò che è strettamente terapeutico e ciò che è palesemente migliorativo. Gli scenari futuri non potranno che acuire questa tendenza. Una riflessione accurata sui risvolti etico-politici di certe tecniche contribuirà a mettere in luce anche usi che non sembrano terapeutici, né migliorativi di trattamenti che promettono comunque di contribuire a far aumentare la qualità della vita e la salute dei cittadini.