Qualche giorno fa una trasmissione mattutina di Radio24 condotta da Giovanni Minoli commentava con larghi apprezzamenti il successo del film di Checco Zalone Sole a catinelle, che salva i magri bilanci del cinema italiano e soprattutto degli esercenti, va incontro ai gusti del pubblico, diverte, ecc. ecc. Ora, a scanso di equivoci, il film di Zalone è un film vedibile senza bisogno di indignarsi né d’altra parte di entusiasmarsi, con una sceneggiatura che in molti punti fa acqua, ma con soluzioni comiche spesso efficaci, soprattutto nei dialoghi, e altre volte assai banali. Ma il punto non è questo.

Il punto è invece che, fatti i dovuti elogi (senza peraltro ricordare che il grande incasso è anche dovuto al fatto che il film, prodotto da Medusa, ha goduto di una campagna senza precedenti sulle reti Mediaset e ha inondato l’esercizio con 1.250 copie), la trasmissione ha colto l’occasione per rinnovare l’antico attacco ai critici cinematografici, dipinti come vecchie cariatidi, ritardati nel capire, supponenti nel loro intellettualismo che li rende ciechi di fronte ai fenomeni di costume. Il tono della trasmissione era francamente pacchiano, non solo perché non si era pensato di chiamare a difendersi qualche esponente di quella “casta” che si stava pesantemente e gratuitamente attaccando, non solo perché si leggevano con accenti sarcastici degli estratti di recensioni al film (peraltro scelti ad arte), ma anche perché gli argomenti usati erano parecchio stantii. Non è più possibile riascoltare per l’ennesima volta l’inevitabile riferimento a Totò, malmenato dalla critica a suo tempo e poi riabilitato post mortem né sentire ancora discorsi sulla cultura alta vs bassa. Polemiche da anni Settanta rispetto a cui basterebbe replicare con questa dichiarazione di Paul Valéry sul cinema: “Mi è stato chiesto una volta se ritenevo che il cinema fosse un’arte; risposi che non attribuivo alcuna importanza a questa parola. La pittura è un’arte e c’è molta cattiva pittura di cui ci importa poco chiederci se sia o non sia arte”.

Ciò che in realtà queste piccole polemiche rivelano è il fatto che si sta perdendo completamente la funzione sociale del pensiero critico, e non soltanto – anzi solo occasionalmente – in riferimento alla critica cinematografica. L’esercizio critico è tendenzialmente fatto oggetto di infiniti attacchi (vedi in tutt’altro ambito, le polemiche, spesso anche giuste nel merito, ma non nel metodo, suscitate dai recenti processi di valutazione del sistema della ricerca in Italia). Un grande critico cinematografico francese, Serge Daney, scriveva una ventina d’anni fa: “il critico era necessario quando nella società c’era un luogo in cui la violenza, il senso, il bisogno di dire o di fare rappresentavano un nodo, un grumo. Ma questa necessità viene meno a partire dal momento in cui il «diritto alla creazione», come dicevano i comunisti, è aperto e riconosciuto a tutti”. Nella prospettiva di Daney il critico non è un giudice ma un avvocato, nel senso che rappresenta presso il pubblico la voce, o in forma più ampia gli interessi, dell’autore. In questo senso la sua è una funzione “normale e morale”. Le cose cambiano in una società in cui il critico – come auspicavano Minoli e gli altri – deve farsi portavoce del pubblico, diventando non più un avvocato ma un giudice, una guida per il consumatore, pronta ad assumerne tutti gli atteggiamenti. In quel caso, concludeva Daney, si arriva “al puro e semplice conformismo perché, per definizione, tutto il pubblico, pur illuminato o adulto, desidera consenso”. Insomma bisogna capire se vogliamo vivere in un mondo di strade battute o in un mondo di sentieri da aprire. Certo sulle strade battute si cammina meglio, e molti preferiscono la comodità del noto ai rischi dell’ignoto. Ma senza gli esploratori saremmo ancora qui a discettare della piattezza della terra.

E comunque, per favore basta con la vecchia tiritera della miopia dei critici.