C’è molta gente che nei rapporti interpersonali, specie in quelli decisivi in ambito esistenziale, come un favore lavorativo, carrieristico o comunque opportunistico, si abbandona ad un continuo sì passivo, i cui frutti se pur dolci e maturi, non sono naturali ma sembrano colti da un “albero” corrotto.

Annuire a tutte le proposte per progredire la propria posizione sociale, è una scelta che lascia tracce non solo nella propria psiche, ma anche sul curriculum pubblico. E tutto, prima o poi, viene a galla. Bisogna dire che l’azione offerta e ricevuta con un sì, produce un legame talmente stretto, da non poterne uscire se non con un difficilissimo no. E dopo aver accettato tante condizioni convenienti, il no strappa radicalmente un rapporto con conseguenze ricattatrici.

Il no, invece, deve essere detto prima, all’inizio di una proposta e in esso c’è tutta la forza morale di un uomo e di una donna. Dire no ad un invito sessuale non gradito. Dire no ad un’amicizia in odore di mafia o di affari sporchi. Dire no ad una raccomandazione illecita e così via. E’ così che si costituisce una reputazione. Dicendo sì o no.

Ovviamente mi riferisco solo ai sì di carattere illegale o immorale. Ora, se in uno Stato normale un ministro viene allontanato quando si scopre improvvisamente sul suo curriculum che non ha saputo dire no a tentazioni peccaminose (pure piccole), perché in Italia si cerca di scusare e di coprire atteggiamenti oggettivamente inappropriati? Come può un ministro della Giustizia essere cara amica di un personaggio molto discusso per la sua illiceità? Tutti quei sì che gli ha detto in passato, come possono giustificare una posizione ministeriale così contrapposta al suo carattere accondiscendente con certe persone? Proprio quelle che deve combattere? E’ qui il problema.

L’amicizia! Se io sono un prete non posso essere amico del diavolo. Se sono un agente delle forze dell’ordine, non posso essere amico di un delinquente. Se sono onesto, cerco amici onesti. E’ qui che entra in gioco tutta la forza morale di un no. Ossia la forza di rifiutare l’innaturalità. Ovviamente ciò che è naturale e innaturale, risponde solo alla propria coscienza identitaria. Nessuno, neanche Dio pretende che tutti siamo santi, ma uno Stato democratico deve pretendere che chi governa debba perseguire il miglioramento e la perfettibilità secondo un ordine di azioni che rispettino tutti.

E l’ordine è fatto di precisione, misura, di tentativi diretti a ciò che è buono perché solo la bontà produce uguaglianza fraterna. Se il benessere diventa diffuso, la tensione sociale si riduce e si crea spazio per l’altruismo e per l’attenzione ai problemi comuni. Come si può coprire il ruolo di governante se nel profondo delll’animo si è ricattati da una forza contraria a questi principi e alla quale non si è detto di no? Ci si trova in una posizione in cui si esercita una tecnica attoriale.

di Roberto Calò

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