Marco Bellocchio, Michele Placido, Sergio Rubini: un tris d’assi del cinema italiano si cimenta nel teatro. E lo fa sul palco del Duse di Bologna a partire dall’8 novembre fino al 10, con la celebre pièce di Anton Cechov, Zia Vanja. Non che per i tre il teatro sia cosa nuova, soprattutto per Placido e Rubini che dai palcoscenici partirono, uno nel ’68, l’altro a fine anni settanta, per future carriere d’attori e da registi della settima arte, ma vederli riuniti attorno a un progetto classico come il capolavoro dello scrittore russo, diventa sfida autoriale e artistica tout-court.

A una settimana dal debutto nazionale avvenuto a Pistoia, Zio Vanja è uno degli spettacoli più attesi di questa stagione teatrale: Sergio Rubini interpreta Vanja, generoso gestore di una tenuta in campagna, Michele Placido sarà il professore Serebjakov, docente in pensione proprietario della tenuta. Nel testo si intrecciano le monotone conversazioni e le banalissime vicende di un gruppetto di personaggi. La ricostruzione minuziosa di atmosfere sospese e vagamente inquietanti, l’indifferenza abulica dei caratteri intorno agli eventi, l’indefinito senso di attesa di una catastrofe incombente rendono l’impianto drammaturgico una geniale anticipazione del teatro novecentesco.

La trama ha il suo inizio nella casa di campagna ereditata dal professor Serebrjakov (Placido), cognato di zio Vanja (Rubini) e padre di Sonia (Anna Della Rosa). La prima moglie, sorella di Vanja, è deceduta e il professore si è risposato con Helena (Lidiya Liberman), con la quale torna in campagna dalla città in cui vive. Tra amori e vicissitudini quotidiane, Serebrjakov comunica a Vanja che è intenzionato a vendere il podere e questo fa uscire fuori tutto il temperamento del povero zio, che tenta di uccidere il professore con dei colpi di pistola, che miseramente non andranno a segno. Alla fine l’agiato ereditiere e Helena torneranno in città, lasciando a Vanja la possibilità di continuare ad amministrare la tenuta.

La versione proposta da Bellocchio è una novità assoluta: in oltre 40 anni di carriera e di regie cinematografiche è la sua terza regia teatrale (dopo Timone d’Atene di Shakespeare al Piccolo di Milano e Macbeth al Teatro di Roma nel 2000 ancora con Placido), ma nel suo cinema la presenza del teatro è imponente, da Enrico IV di Pirandello con Mastroianni a Il principe di Homburg di Kleist fino al film per la tv da Il gabbiano di Cechov. Come ha detto Placido, “il cinema di Bellocchio è teatrale. Lui è un’artista coraggioso, puntuale, deciso, e ha saputo portare avanti le sue idee laiche, difendendole con la forza espressiva dell’arte, entrando nella complessità degli argomenti, dalla politica sessantottina alle conseguenze drammatiche degli anni di piombo, dalla follia dei manicomi all’incapacità di amare delle persone comuni”.

“Subisco il fascino del teatro. Rare le regie che ho firmato, ma ritrovo sempre il piacere del contatto con gli attori, che nel cinema è frammentario. Mentre con la cinepresa mi barrico nella mia esperienza, qui vado senza rete”, ha spiegato Bellocchio in una recente intervista. Il testo teatrale diventerà copione per il cinema e sarà ovviamente il regista piacentino, con produzione di Placido (come del resto per lo spettacolo teatrale), a girarlo nell’estate 2014 in una “masseria pugliese”, come richiesta dallo stesso Bellocchio per “piantarlo nella terra, in una cultura che non c’è più”.

Sabato 9 novembre alle ore 19 Rubini, Placido e la compagnia incontreranno il pubblico nel bar del Teatro: l’incontro a ingresso libero sarà moderato da Massimo Sceusa, insegnante della Scuola di Teatro Galante Garrone. Informazioni: 051 231836 – biglietteria@teatrodusebologna.it