Vorrei dare voce alla possibilità di vivere una vita degna, serena e densa di aspetti positivi per coloro che sono in condizione di disabilità diretta o indiretta in veste di famigliari.

Recentemente mi sono apparse lievitate le notizie trasmesse dai media su genitori che, stanchi, uccidono figli disabili. Mi sono apparse superficiali e di una pochezza disarmante le dichiarazioni di giornalisti che hanno ritenuto di comunicare al mondo la loro personalissima idea di ciò che sia vita e di ciò che invece sia la presunta “ non vita “.

Parto da un assunto di base. Esco dal perbenismo e dalle forme. Ognuno pensi ciò che vuole. Anche quando ci offende, anche quando non incontra il nostro favore. Vorrei però, che si mantenesse chiaro l’ambito professionale e la forma comunicativa rivolta ad un pubblico consistente, che quasi mai conosce la realtà quotidiana della disabilità.

Inoltre mi chiedo: “genitori che uccidono figli disabili“, sarebbero stati buoni genitori di figli non disabili? Avrebbero adempiuto il ruolo educativo nei momenti difficilissimi che si incontrano nel percorso di crescita all’interno di una famiglia?

Vedo con disagio da una parte genitori che rimbalzano sui Tg in veste di assassini dei propri figli che spesso sono descritti con compassionevole comprensione, e poi un balzo ascoltando la vicenda delle baby prostitute.

Mi sorge una riflessione che tende a divenire provocazione, e che certamente suona come un rumore violento: sarà per caso che avere dei figli che si muovono in autonomia liberi alcuni genitori dal percepire altro genere di disagi?

Cerco di spiegarmi: grazie a mia figlia Diletta, che necessariamente devo seguire con dedizione e costanza, con amore e fermezza, con allegria e altruismo ho imparato che adoro dedicare la mia vita a fare tutto questo. Seppure con tantissimi errori che non riesco a vedere. Questo mio approccio si cuce sulla linea educativa delle due figlie più piccole.

Ora mi chiedo, se non avessi avuto l’opportunità di capire, che madre sarei stata ? Sarei riuscita a percepire i miei limiti ? I miei imbarazzi ? Il risultato finale è certamente una vera incognita, ma su quali presupposti assolviamo ai nostri compiti di genitori ?

I messaggi che non conducono ad una comprensione di questi gesti sono dal mio punto di vista un secondo assassinio.

Il problema a mio avviso è un altro: la disabilità è vista come un problema non dissociato dalla persona. La disabilità genera battaglie e problemi. La disabilità non è la persona, bensì la condizione che viva una persona. Invece ogni singola lotta, ogni minimo accenno ai servizi che non funzionano, all’assistenza che violenta di fatto disabili e famiglie, al mancato diritto allo studio ecc… è assimilato e dipinto sul volto della persona o del gruppo di persone con disabilità.

A volte penso di essere un extra terrestre che ha messo al mondo tre ufo. Perché anche io sono stanca, a volte nervosa, spesso arrabbiata nella umana gestione della nostra vita. Eppure non sento questa fatica pessimista e agghiacciante che trapela dai media.

Madri sole che non sanno cosa fare e che a volte strumentalizzano gli stessi figli disabili fino ad arrivare a gesti folli. Naturalmente posso sbagliare e scrivo semplicemente una mia idea, però, come avrebbero gestito figli non disabili?

Vorrei capire meglio le storie, andare a monte, dialogare di più e riuscire a capire cosa vive nella parola maternità o paternità. Per avere una reale inclusione basterebbe essere semplicemente coerenti, equilibrati e usare il buon senso. Penso da giorni se questi casi che abbiamo ascoltato, se queste persone che non ci sono più, avevano fratelli e sorelle . E allora vorrei conoscerli. Non riesco a capire come si possa perdere la gioia di essere una mamma, una mamma semplice e spontanea. Non è un giudizio, non vuole davvero esserlo. E’ una domanda , perché dinanzi a tutto questo rumore mediatico, mi sono sentita a disagio.

Piuttosto sola nella mia diversità che però mi voglio tenere stretta.