Che si deve fare quando ci si trova di fronte alla perfetta personificazione del detto del bue che dà del cornuto all’asino?

Di questi tempi così mentalmente distratti forse bisognerà addirittura cominciare a sottolineare che il bue ha le corna e l’asino no. Nel caso di specie, come dicono gli avvocati in Tribunale (ambiente per altro inconsciamente abitato da soggetti coatti che aspirano al pelo – non nel senso triviale di Cetto Laqualunque – ma nel senso di quello che comunque difficilmente si troverebbe nell’uovo) trattasi delle grottesche critiche che uno scrivente sul giornale Libero, Giuseppe Pollicelli, rivolge – con una supponenza che appare immediatamente messa a bastione della propria ignoranza – al testo che Giulia Innocenzi ha prodotto come prova di esame dell’Ordine dei giornalisti.

L’articolo riporta anche i giudizi della commissione. Tali giudizi, nel proprio articolo, lo scrivente di Libero li cita quasi a discarico della suddetta Innocenzi, in quanto nella loro generalità non affonderebbero ancora nella carne viva del testo quel bisturi che il nostro si ripromette invece di usare. Questo passaggio dalla diagnosi del medico generico alla spietatezza salutare del chirurgo che egli si sente in corpo – potenza della deontologia professionale! – viene di fatto esercitato con una prosopopea errabonda così pietosamente ridicola da generare in un lettore buono di cuore come me la più profonda compassione umana e l’augurio di una vita superiore ai suoi meriti di incipiente aspirante correttore di bozze destinato a ripetere il primo anno di studi. 

Quali sono dunque gli argomenti esibiti da Pollicelli, con un compiacimento al limite dell’adrenalinico? Egli si concentra soprattutto su tre passaggi del testo dell’Innocenzi, prima riportati e quindi criticati con giubilo, alla luce di una propria soipensant maestria stilistico-sintattica senza se e senza ma. Dapprima la sua anima grammaticale si scandalizza per un “a cui” vergato dopo un punto fermo, ignorando l’assoluta agibilità di questa figura, che ha il nome tecnico di nesso relativo, ed è frequentissima nella lingua latina e non rara nella lingua italiana e che marca precisamente il relativo che compare dopo un arresto forte. Non contento Pollicelli incalza la Innocenzi ora colpevole di avere attribuito l’aggettivo ‘vivido’ alla memoria invece che ai ricordi, come se vivido – cioè vivace, vigoroso – fosse costretto ad un matrimonio indissolubile con i ricordi, nel divieto di divorzio e liberi acoppiamenti con intelligenza, fantasia, simpatia, memoria etc.

A seguire, il fatto che nel testo della Innocenzi compare l’irruzione delle SS alla porta di Lello Di Segni, invece che nell’abitazione lo commuove per la ignoranza ingenua che tradisce chi non sa neppure, che si irrompe, secondo lui, solo nell’abitazione, con ciò mostrando egli stesso di ignorare non solo la diffusissima figura della sineddoche – la parte per il tutto – ma perfino l’etimo di irrompere, che implica proprio la rottura, per in-trare, di un ostacolo: diciamo a caso una porta. Altrettanta socratica ironia Pollicelli, che finalmente ora chiameremo Grammaticus, riserva all’imperdonabile lapsus dell’Innocenzi, cui scappa di dire “con i mitra in mano” da lui sottolineato con l’intelligentissima parodia di SS con mitra piccoli come rivoltelle, che sole potrebbero stare “in mano”.

Cosa avrebbe dovuto scrivere secondo Grammaticus l’Innocenti? Forse:”imbracciando mitra il cui calcio aderiva alla spalla destra mentre lungo l’ulna si appoggiava la canna fino a sfiorare il polso ma da esso distaccando il mirino quel tanto che non sfiorasse il polso, comunque protetto dalla mano sinistra”. Infine  dopo aver lasciato intendere che la brevità dello spazio a propria disposizione è una gran fortuna per l’Innocenzi, poichè se gliene avessero concesso di più – a lui – esso sarebbe stato occupato da un lungo elenco delle di lei brutture, Grammaticus si concede un cameratesco dialettismo: “a Giulie’, stacce!” che palesemente tradisce l’autostima del nostro scrivente, che se lo può permettere, avendo dato già – pensa lui – nel suo brillante articolo, prova di una competenza lessical.grammatical-sintattico-stilistica tale da concedergli l’onorevole licenza di esorbitare dalla Crusca fino al Tiberino. Bravo Giuseppe! D’altronde di una qualche fortuna tu stesso, oltre alla Giulia godi in questa circostanza. Che l’ordinamento dell’Istruzione Pubblica italiana, omologo in questo caso all’ordinamento del Sistema Giudiziario, non prevede di dover rispondere una seconda volta degli stessi atti. E’ per questo che il tuo diploma di terza media è salvo. 

P.S. Da qualche parte sul web, ormai luogo ospitale di ogni genere di autorappresentazione, autovalorizzazione, autopromozione e via narcisizzando, Grammaticus descrive un sè amante della lettura, massime saggistica. S’impara inoltre che egli si occupa di una trasmissione che si chiama ‘Disinformatija’. Un caso perfetto di autorispecchiamento.