Avevo appena finito il liceo quando fu approvato il cosiddetto “pacchetto Treu”, con il quale il Governo di centrosinistra introduceva le prime forme di lavoro flessibili in quello che venne denominato “mercato del lavoro”. Fiumi di inchiostro sui quotidiani e di parole nei talk show  raccontavano al Paese che bisognava levare qualche diritto ai padri per darlo ai figli, oltre alla necessità di andare incontro ai bisogni delle imprese che si affacciavano al mercato globale.
 
Negli anni a seguire, è stato spiegato che la flessibilità non era ancora abbastanza, le leggi approvate  dai governi hanno reso il mondo del lavoro sempre più precario. Poi il problema dell’assenza di lavoro e della mancata attrattiva del nostro Paese per le imprese straniere è stato individuato: l’articolo 18, ovvero l’obbligo di reintegrare i lavoratori ingiustamente licenziati nelle aziende sopra i 15 dipendenti. E pensare che io, ingenua, credevo che le imprese straniere si tenessero lontane dall’Italia per la troppa burocrazia, la lentezza della giustizia, la mancanza di infrastrutture e, sopratutto, la corruzione!
Ma io non sono né un tecnico, né un docente universitario.
 
E giù altri fiumi di inchiostro e di parole per spiegare che l’articolo 18, insieme ad altri diritti conquistati con anni di durissime battaglie sindacali, riguardava solo una parte dei lavoratori, i cosiddetti garantiti, e che ora bisognava pensare ai non garantiti. Ad un occhio ingenuo come il mio poteva sembrare che, quindi, il problema fosse estendere le tutele a chi non le aveva. 
Ovviamente no! Un governo di tecnici e di professori ha cambiato quell’articolo in modo da renderlo praticamente inutilizzabile a tutti, così da ristabilire – a loro modo – un regime di equità. E, ça va san dire, assicurando che questo avrebbe rilanciato l’occupazione nel nostro Paese. 
 
Oggi, a quasi vent’anni dal pacchetto Treu e a quasi due anni dalla modifica dell’articolo 18, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Le imprese sono in ginocchio, l’occupazione continua a calare, i diritti sono stati tolti sia ai padri che ai figli. Un mondo del lavoro, e sopratutto dei lavoratori, diviso è stato il maggior capolavoro! Così siamo tutti più ricattabili, più deboli e più soli di fronte alla crisi e a chi usa la crisi per scardinare il 
sistema di diritti del nostro Paese.
 
Eppure “dividi et impera” è un concetto antico per il quale dovremmo aver sviluppato i nostri anticorpi. Ma così non è. Oggi sento spesso giovani dire che questo o quel diritto non li riguarda perché a loro non viene applicato, quindi se viene cancellato non importa. Fatevelo dire da chi era giovane ai tempi del pacchetto Treu: negli ultimi 20 anni i diritti sono solo stati smantellati, mai estesi. Invece che cadere nella trappola della “guerra tra poveri”, forse è il momento che “padri e  figli”, “garantiti e non” rompano queste finte categorie e tornino insieme a mobilitarsi perché ogni conquista sia una conquista generale, un patrimonio di tutti.
Partendo dal primo articolo della nostra  bella Costituzione, che indica il lavoro come fondamento della nostra Repubblica, della democrazia.