La verità è Rivoluzionaria” come diceva il compianto Antonio Gramsci. E, purtroppo, sia la Rivoluzione che la verità sono lontane dalla nostra epoca in cui, anche la narrazione dei fatti, viene lasciata a pensatori professionisti oppure – a volte – a narratori distratti. Da qualche giorno rifletto su una notizia che, probabilmente, avrebbe meritato più di qualche trafiletto sui giornali locali. È il caso del sindaco antimafia di Rosarno, Elisabetta Tripodi. Il primo cittadino è stato “interrogato” dal locale gruppo dell’Udc riguardo la sua non costituzione di parte civile al processo che ha visto alla sbarra Rocco Pesce, proprio lui: il mafioso che scrisse la lettera di minacce al sindaco e a seguito della quale le fu assegnata la scorta.

Nella terra dalle mille contraddizioni tutto può succedere. Strano è che, come al solito, se si “toccano” icone e simboli della legalità nessuno dice nulla. La notizia passa quasi in secondo piano. Non si ritiene opportuno nemmeno indagare se sia una chiacchiera di paese o meno. La cosa ancora più grave, come emerge dall’interrogazione che è stata trasmessa anche al prefetto di Reggio Calabria, è che l’argomento non è mai stato portato all’attenzione della giunta, almeno secondo quanto si legge nella nota. L’amministrazione Tripodi, una volta insediatosi, in uno dei primi consigli comunali, ha votato un documento (atto di indirizzo) che prevedeva la costituzione di parte civile a tutti i processi, quelli per mafia s’intende, nella città regno dei Pesce e dei Bellocco. Un atto formale da parte dell’amministrazione comunale. Ma, a seguito di questo atto formale, la giunta (non ricevendo nessun input dal sindaco) non ha mai discusso sull’eventualità di deliberare la costituzione di parte civile nel processo per eccellenza.

L’argomento è stato timidamente trattato durante un consiglio comunale che si è protratto fino a tarda sera, quando i giornalisti erano già andati via. In quella occasione a denti stretti la Tripodi disse che siccome il Comune si era costituito parte civile nel processo ‘All Inside’ in cui era coinvolto anche Rocco Pesce, bastava quello sostanzialmente. Ma non esiste una delibera, un documento, un pezzo di carta che certifichi la volontà dell’Ente di collaborare in qualche misura, durante il processo contro chi aveva minacciato o ingiuriato il sindaco. Rocco Pesce è stato assolto in appello rispetto alla lettera intimidatoria scritta dal carcere di Opera, dove si trova tutt’oggi. E mi pare che non ci siano state proteste.

E pensare che la collega della Tripodi, la sindaca di Monasterace, Maria Carmela Lanzetta, si è dimessa proprio perché qualche componente della sua giunta si è opposto alla costituzione di parte civile da parte dell’Ente.
Mentre la sindaca di Isola Capo Rizzuto, Carolina Girasole 0, è stata lasciata sola dal suo partito. Il Pd che prima l’aveva eletta a simbolo dell’antimafia e poi se ne è disfatto. Strana la Calabria. Fatta di piccole realtà, piccoli centri, così vicini ma anche distanti fra di loro. Storie diverse che per tanto tempo sono sembrate simili. Abbiamo tutti parlato della Primavera nata con le sindache antimafia, donne coraggiose e forti. Ma in Calabria c’è di più. La ‘ndrangheta non si contrasta con principi o manifesti. Quella comanda da troppo tempo e non dire le cose significa fare il loro gioco. Dire cose sbagliate significa spostare l’attenzione su altro.

Ripetere in tv o scrivere sui giornali quello che va di moda o che dicono “gli altri” significa non fare informazione. Speriamo che quello denunciato dal leader rosarnese dell’Udc, Giuseppe Idà, sia solo un errore. Che la Tripodi spieghi, in forma scritta, cosa sia realmente accaduto. Che la crisi che ha coinvolto l’amministrazione da qualche tempo, con rimpasti di giunta, consiglieri dimissionari e quant’altro, sia l’unico punto nero che segna la storia della sua esperienza politica in terra di mafia. Speriamo che possa aprirsi un confronto veramente democratico affinché venga fatta piena luce su questa incresciosa e triste vicenda. E non solo a livello mediatico.