La culla del capitalismo finanziario, uno dei luoghi della discriminazione sociale e la sua cittadinanza offrono una sintomatica lezione di democrazia a tutti coloro che – rinunciando alle proprie radici culturali e al proprio Dna identitario – hanno per decenni rincorso il so(g)nno americano di una società disomogenea, dove vince il più (economicamente) potente. 

Il nuovo sindaco di New York è Bill De Blasio, italo americano: impegnato da anni nella lotta contro la povertà, ha ribaltato ogni pronostico, registrando una percentuale di consensi superiore al 70%. 

Insomma, nella metropoli del consumismo si può vincere affidandosi ad un programma decisamente non popolare: ” togliere ai ricchi per dare ai poveri”. Il fatto che il 45% della popolazione di New York sia sotto la soglia della povertà, aveva dichiarato in campagna elettorale il neosindaco “non solo è ingiusto; è inefficiente, perché fa sprecare soldi pubblici”. 

Ingiusto. È un aggettivo difficilmente usato dalla politica nostrana. Sa di vecchio, di vetero (comunista, naturalmente), non è sufficientemente “moderno”. Quindi fa parte di un vocabolario che il centrosinistra italiano ha desiderato spasmodicamente abolire – riuscendoci – per cancellare le tracce del proprio (inemendabile, comunque) peccato originale. E alcuni (la maggior parte) hanno applicato il diritto all’oblio ai propri principi in misura così ampia da aver sposato – nel merito e nel metodo – parole d’ordine (produttività, meritocrazia) lontane non solo dalle proprie matrici politico-culturali, ma anche dai mondi a cui vogliono affibbiarle. La scuola, ad esempio. 

Invece De Blasio intende ripartire proprio dalla scuola. La principale ricetta contro l’aumento di diseguaglianze e disgregazione sociale è, guarda un po’, proprio questa comunità socio-educativa, sulla quale convogliare risorse economiche ed intellettuali. Esattamente il contrario di quanto da lustri si sta facendo da noi, inseguendo l’idea miope che ciò che non produce immediatamente profitto non sia degno di investimento; tentando di frenare qualsiasi istanza di pensiero divergente in proposito; ritenendo che i destini sociali debbano trovare nella scuola un luogo di conferma e non di emancipazione; diminuendo diritti, tempi, opportunità attraverso tagli draconiani, indiscriminati e soprattutto noncuranti di apprendimento e cittadinanza; privatizzando e affidando al principio di sussidiarietà quello che è l’onere di ogni Stato che abbia a cuore il destino dei propri cittadini. 

De Blasio ha capito; e ha avuto il “coraggio” di dire e ripetere, a prescindere dagli interlocutori che aveva davanti, ciò che ha capito: “lo sviluppo economico viene dal sapere; dare un accesso più egualitario al sapere significa aumentare le pari opportunità di riuscita economica e compensare le diseguaglianze che si creano in gran parte a causa dei percorsi di istruzione radicalmente distinti tra ricchi e poveri. Io mi sono battuto per evitare i tagli alla scuola pubblica, mi batto nel mio programma per il doposcuola gratuito e per la scuola materna per tutti, perché l’esclusione comincia dall’infanzia”. 

Un anello strategico – quello dell’infanzia – anche negli ordinamenti scolastici italiani. Il bisogno di una scuola dell’infanzia uguale per tutti e accessibile a tutti è stato uno dei motori del referendum di Bologna, che però – nonostante l’esito, o forse proprio per esso – non ha trovato né ascolto e nemmeno un minimo di attenzione da parte del cosiddetto centrosinistra, responsabile in gran parte, attraverso la legge di parità, dell’inadempienza da parte della Repubblica rispetto al compito costituzionale di “istituire scuole di ogni ordine e grado”. Quindi anche scuole dell’infanzia. 

I propositi di De Blasio per assolvere ad un compito tanto ambizioso quale la generalizzazione di questo tipo di percorso formativo a New York è semplice: “togliere ai ricchi per dare ai poveri”. Vedremo cosa riuscirà a fare. Quel che è certo, per il momento, è che il nostro centrosinistra farà volentieri a meno di ispirarsi a quei principi. In questo caso la proverbiale esterofilia da cui sono affetti i nostri patetici epigoni di Kennedy e Obama sarà prudentemente messa a tacere.