Dalla lista civica vicina al boss della ‘ndrangheta alla Commissione antimafia del Consiglio comunale. Il luogo è Bollate, provincia di Milano, dove a farla da padrone fino a prima della famosa operazione Infinito era Vincenzo Mandalaricapo del locale di ‘ndrangheta che voleva “costruire una lista civica destinata a competere alle elezioni comunali”.

Alla fine “il partito del boss” non si farà. Quel che è stato fatto invece è una lista civica, Bollate Sì, in cui si trovano amici e parenti dei boss della ‘ndrangheta arrestati nell’operazione Infinito. Chiariamoci: nessun mafioso, solo amicizie e parentele. Mentre senza parentele politiche Bollate Sì riesce ad eleggere un Consigliere comunale, Paolo Basso Ricci, il quale successivamente fa cambiare il nome del proprio gruppo consiliare in Bollate Viva.

Nel 2011 il Consiglio comunale di Bollate istituisce la Commissione comunale non permanente in materia di iniziative di contrasto alle mafie e di sviluppo della legalità, tra i quali membri troviamo lo stesso Consigliere comunale eletto nella lista civica di cui facevano parte amici e parenti dei boss della ‘ndrangheta. Di nuovo nulla di illegale. Il problema non si pone sulla legittimità giuridica, ma sull’opportunità politica.

Quel che mi domando e ci dobbiamo domandare è: può un politico eletto in una lista civica in cui erano presenti parenti di mafiosi, dopo che gli stessi mafiosi hanno apertamente palesato l’intenzione di pilotare le elezioni comunali, sedere tra i banchi di una Commissione antimafia?

Paolo Borsellino ci spiegava come in certi casi non ci si può affidare alle sentenze della magistratura e lì dove non arriva la giustizia deve prevenire la politica. E la prevenzione e l’opportunità politica nella lotta alla mafia non possono lasciare alibi. Non c’entrerà niente, ma no, non è opportuno.