Basta cattedrali nel deserto. Il governo spagnolo ha stanziato 103 milioni di euro per rimuovere lo sterco del Diavolo, una delle cause della crisi economica più lunga e incisiva nel tessuto sociale dal dopoguerra: la speculazione immobiliare. A cinque anni dallo scoppio della bolla, infatti, la Spagna vanta il record di circa 800 mila alloggi invenduti e oltre 500 mila case in costruzione e abbandonate. Opere superflue che hanno danneggiato il territorio e l’economia. Per recuperare gli errori commessi, il governo ha rifatto i conti ed è arrivato alla conclusione che una parziale demolizione dello stock invenduto costerebbe meno della sua manutenzione che, in assenza delle società di costruzione quasi tutte fallite, è stata presa in carico proprio dallo Stato.

In Italia i numeri non sono molto diversi. Nel 2012, secondo il centro studi economici Nomisma, erano 694 mila gli alloggi vuoti e 328 mila quelli in costruzione (fonte Ance), inoltre si contano 15 mila aree industriali dismesse da riconvertire che, con questa crisi economica senza fine, prevedibilmente aumenteranno. C’è solo una differenza fra Roma e Madrid: qui lo sterco del Diavolo vogliono utilizzarlo come concime. Le cause della crisi rimosse e i costi spalmati sulla collettività. La politica getta legna nuova nella fornace. La legna è il denaro pubblico.

Come ben illustra sul suo sito web (e non su quello del suo dicastero!) il Ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi, il governo Letta, tramite la Cassa Deposito e Prestiti, ha messo a disposizione delle banche 2 miliardi di euro per l’erogazione di nuovi mutui per l’acquisto della prima casa. Peccato però che in Italia il mercato sia ancora saturo. L’80 per cento delle famiglie italiane possiede una casa, il restante 20 per cento vive in affitto o una casa di proprietà non potrà mai permettersela. Negli ultimi anni il mercato immobiliare è cambiato assestandosi su un doppio paradigma: chi ha fame (di casa) non viene saziato, chi ha la pancia piena non vuole più mangiare.

Secondo Federcasa sono 583 mila le famiglie che ambiscono a un alloggio popolare ma non si costruisce per loro considerato che appena il 7,5 per cento del parco case in costruzione è rivolto a loro. Ecco dove agire. Ecco dove c’è fame. Anziché gettare legna nuova nel circolo ormai logoro casa-mutuo-banca si evade questa forte domanda sociale ed economica. Se non si rimuovono le cause, prima o poi, la crisi ritorna.

Ecco qualche proposta per una politica nuova:
1) promuovere la riconversione d’impresa del settore edile. L’Italia non può più crescere solo sul mattone. Il pil cambi fonte d’approvvigionamento.
2) cessione degli immobili delle imprese edili fallite ai Comuni per destinarli ad affitti a canoni sociali.
3) tassa di scopo sugli immobili vuoti da destinare all’edilizia sociale. Con appena 50 euro lo Stato incasserebbe 35 milioni di euro e spingerebbe i proprietari alla locazione così anche da autocalmierare il mercato.
4) In Italia ci sono troppe case nuove in costruzione e troppe aree urbane degradate e abbandonate. L’associazione delle aree dismesse urbane ha delle buone idee. Ascoltiamole.