E’ arrivato in ritardo di qualche giorno. C’è voluto un parto cesareo per salvarlo dalle acque che si erano ammutinate attorno a lui. Sua madre Patricia aveva raggiunto Niamey al settimo mese di gravidanza. Benedict non sembrava motivato ad uscire e sua madre aveva smarrito il calendario. Patricia arriva giusto in tempo alla Maternità Centrale. Ora porta il nome di suo padre che è figlio di un pastore battista e di una madre improvvisata tra le guerre in Liberia. Benedict si è salvato per un soffio dalle acque come Mosè nel fiume Niger.

Non si sono salvati coloro che il deserto ha perduto. Alcune decine sono rimasti senz’acqua. La pista inseguita fuori mano per ingannare il destino. Il camion stanco di viaggiare di nascosto si è inceppato dalla disperazione. Passavano i giorni nell’attesa dell’acqua da bere e del pane da mangiare. Il deserto dell’Algeria allontana l’acqua per chi tenta di sedurla come un miraggio. La manna aveva cessato di cadere all’inizio della terra promessa. Mancava la roccia camminante e anche il bastone per generarla. L’ultima sorgente si era smarrita all’ombra del pozzo seccato.

Li hanno trovati com’erano. Creature di sabbia abbrustolita dal vento. Erano partiti insieme con l’acqua del viaggio come ostaggi di un sogno. I camion sono rapinatori addestrati dalla polvere lasciata alle spalle. Viaggiano di notte e si nascondono durante il giorno come la vita. 48 bambini sparsi dal vento e dalla vergognosa follia della politica. Si salvano negli ospedali e nelle statistiche perse del deserto lontano da Arlit. Lì avevano rapito alcuni francesi rilasciati da poco al prezzo di un riscatto dopo tre anni di trattative al ribasso. Con l’impunità ai rapitori come contorno.

Benedetto si chiama come suo padre. Aveva messo da parte qualcosa per Natale e tutto è partito nel regalo per lui. Passa per domandare l’aiuto per l’acquisto delle medicine delle farmacie che guadagnano bene. La salute è un affare non da poco. La metà dei funzionari del ministero della Sanità è ancora in prigione. Gli altri gestiscono gli aiuti umanitari e le altre corruzioni di rito. Si dice bene di lui. Benedetto somiglia a suo padre che dalla Liberia e la Guinea era finito in Algeria passando dal Mali. Sono le rotte di chi insegue l’immaginario sbriciolato delle povertà.

Patricia chiede da bere. Hanno portato suo figlio nell’altra stanza e per ora non arriva il latte materno. E’ nata a Monrovia all’Elwa dove c’era la radio di Taylor. La Corte Penale Internazionale lo ha condannato a 50 anni di carcere per la sua implicazione nelle guerra incivile dei diamanti. Daouda è partito come Taylor dalla Sierra Leone e si è perso alla periferia di Algeri. Sopravvive giocando gratis e per sopravvivere si inventa muratore. Ora a Niamey vorrebbe imparare il francese per lavorare come parrucchiere. Il barbiere di Freetown in attesa che Mariam lo raggiunga.

Partono i bambini per non tornare dalle frontiere. Alcune decine di donne e qualche uomo perché non si sa mai. Morti dalla sete di un orizzonte che si allontana dalla sorgente. Il deserto perdona solo quelli che commerciano. Gli altri sono presi come ostaggi e inseguono quanto non cercano. Il fallimento della politica e la politica del fallimento. I controlli delle piste carovaniere che inseguono camion migranti perduti nella storia mai raccontata. In un raggio di 20 kilometri e in piccoli gruppi spesso sotto gli alberi. Una madre coi figli e altri gruppi di bambini abbandonati alla sabbia.

Anche Benedict è stato in Algeria ed è tornato col camion. L’ultimo figlio porta il suo nome. Gli altri due sono rimasti coi genitori anziani. Vorrebbero tornare uno dei prossimi Natali a causa della festa e non possono farlo a mani vuote. In Liberia Natale è l’unica festa che si rispetta quando si è lontani. L’amore della libertà ci ha portati qui. Sta scritto sulla bandiera dove galleggia una stella tra le onde americane. Erano morti da vari giorni sotto il sole. I droni servono a scovare i morti e a occultare i vivi. Benedetto non sa che porta il nome di suo padre.

Niamey, ottobre 2013