Oltre a essere un chitarrista, Jonathan Wilson da Forest City, North Carolina, è anche pianista, polistrumentista, cantante, autore, arrangiatore, produttore, tecnico del suono, fonico e programmatore. Ma è probabilmente più artigiano che uomo ingegnoso, e quando compone marca deciso, imprimendo il suo punto di vista con lo stile, ma non con la prudenza, di un sismologo. Negli anni sta diventando sempre più il capostipite di una congrega anarcoide di musicisti che, rifacendosi al periodo aulico della West-Coast Americana, del rock psichedelico, soprattutto pinkfloydiano, del country folk, ma più in generale della musica dei Sessanta e Settanta, dopo averla ingurgitata, inglobata e fatta propria, propongono una musica rivisitata in meglio, grazie alla moderna tecnologia, un vero e proprio invito a nozze per i sempre più numerosi retromaniaci dei giorni nostri.

Il segreto? Oltre a un’imponente cultura musicale, evidente, è dotato di una strumentazione perfetta adatta a ricreare le atmosfere e sonorità del tempo che fu: nel suo studio, infatti, Wilson utilizza esclusivamente materiale analogico e una strumentazione dell’epoca. Dunque il sound vintage non è ricreato, ma autentico. La sua musica, dichiara “è un vero e proprio manifesto di estetica rock. Più che una salutare fonte di ispirazione è l’affermazione del rock come musica capace di far sognare, di dare emozioni, di farci viaggiare verso mondi altri e migliori disegnando armonie vocali e intrecci strumentali evocativi e dal forte timbro psichedelico”. Il suo nuovo album, intitolato Fanfare (Bella Union) è un’opera ambiziosa, maestosa, di grande impatto, nonostante l’insolita lunghezza dei brani, e sorprendente sin dal primo ascolto: in esso emergono, in toto, le influenze, i gusti e la passione dell’artista californiano. Ecco l’intervista realizzata in collaborazione con Marco D’Andrea al 39enne musicista californiano.

Mi parleresti innanzitutto del Laurel Canyon? Dice Father John Misty, alias Joshua Tillman, che vi regna una magica atmosfera… Mi racconti come sei arrivato in quel posto, come ti ci senti… quanto ti ispira?
Sì, assolutamente. È un posto magico! Un mistico mondo fatato sopra la città. Certo, non sono più gli anni 60, ma c’è ancora una bellissima energia qui. Ci ho vissuto per cinque anni e ho avuto tante incredibili esperienze, tante sessioni di registrazione, jam… tante memorie. C’era un mio caro amico che viveva qui, Colin Laroque, un batterista con il quale ho registrato diverse canzoni e che viveva lì nel 2005. Mi ha invitato a trasferirmi in quella zona, e il resto è storia! Adesso mi sono spostato dall’altro lato della città e ho aperto bottega a Echo Park.

È vero che possiedi una strumentazione perfetta adatta a ricreare le atmosfere e sonorità del tempo che fu e che utilizzi esclusivamente materiale analogico?
Amo molto il suono analogico. Ammorbidisce il suono, le frequenze sono più piacevoli e si può spingere sui medi. Spesso sono proprio i limiti della registrazione analogica a creare i presupposti affinché il processo creativo sbocci e imbocchi direzioni inaspettate. I Beatles sono un ottimo esempio, in questo senso, perché ogni volta che affrontavano o cercavano di superare le proprie limitazioni tecniche, ne sono venuti fuori risultati musicali incredibili. Detto questo, devo dire di non essere un purista incallito e nel mio studio abbiamo anche della strumentazione digitale.

Nei tuoi dischi emergono le tue influenze musicali, i tuoi gusti. In più, molti dei tuoi numi tutelari hanno collaborato alla lavorazione di Fanfare. Mi spieghi con quale spirito hai prodotto questo album?
Sì, durante le registrazioni, lo spirito in studio era di eccitazione e concentrazione. Sapevamo che c’era molto lavoro da fare, considerando quanto fosse ambizioso e complesso il nostro progetto. Le collaborazioni nell’album di tanti dei miei idoli è avvenuta in maniera organica: nei momenti in cui decidevo che serviva una collaborazione provavo a contattarli. Ho sempre amato ascoltare le tante collaborazioni tra luminari della musica, riconoscere la voce di James Taylor o Linda Rondstat che cantano sui dischi di Neil Young, o scorgere Jerry Garcia sui dischi di Crosby, Still, Nash &Young ecc.. Èuna cosa che mantiene alto l’interesse. Le sessioni di registrazione di Fanfare sono state un’esperienza incredibile. Le ricorderò sempre con affetto.

In Illumination ci trovo Neil Young, in Lovestrong, Echoes dei Pink Floyd che è molto, molto simile. Sembra che emerga da parte tua, la volontà di fare una summa della miglior musica del passato, riproponendolo con le moderne tecnologie. È così?
Quando non sto cercando di emulare specifiche canzoni, mi piace comunque rendere un omaggio alla musica che amo almeno in termini di sound. Mi piace esplorare i suoni e l’attitudine delle sonorità che amo. Suppongo che sia il produttore che è in me a volerlo. Se riesco a generare nell’ascoltatore un paragone con Neil Young o i Pink Floyd non posso che prenderlo come un complimento.

Non temi di correre il rischio di esser tacciato di Manierismo?
Tutta la musica, anzi, tutta l’arte è derivativa. Nessuno riuscirà a ricreare la musica da zero, a reinventare la ruota.

Tra i contemporanei invece quali sono le band o artisti che ascolti e che consiglieresti?
In questo periodo sto ascoltando Laura Marling. Adoro la sua musica. Poi i Tame Impala e il loro side project Pond. Mi piace molto il nuovo disco dei Midlake e anche il nuovo album di Father John Misty, al quale stiamo lavorando. Poi Jenny O, Nightmare Boy

Mi spieghi qual è il senso di questa cover che si rifà al Giudizio Universale di Michelangelo?
È un’immagine che ho creato semplicemente giocando con il mio iPhone… ho usato un’app che mi ha permesso di ‘separare’ quelle due famose mani. L’immagine mi parla sotto punti di vista, e la trovo perfetta come copertina per l’album. È un’immagine che non finisce di far pensare e spero che la mia musica faccia altrettanto.

Qual è il messaggio che la musica di questi tempi secondo te dovrebbe lanciare?
Un senso di speranza, pace e un’elevazione della coscienza. È così che si misura il progresso di una società. Siamo ben lontani dall’Imagine di John Lennon di questi tempi, ma non deve essere per forza così. Adesso più che mai abbiamo bisogno di questo tipo di sentimento, e cosa c’è di meglio di una canzone bella e di impatto per contenere e trasmettere un messaggio e la verità?

Che opinione hai dell’Italia?
Amo molto l’Italia. Le nostre esibizioni sono state tra le migliori in assoluto e il pubblico è stato davvero incredibile. Anni fa visitai la Toscana e Venezia, solo come viaggio, e già allora mi innamorai del paese. Poter tornare lì più volte all’anno è veramente un sogno. La gente è così appassionata e piena di sentimento. Non vedo l’ora di tornare in Italia.

Hai in programma una tournée? Quando vieni in Italia?
Il nostro tour per Fanfare inizia a fine novembre e saremo in Italia a inizio 2014. Non vedo l’ora di tornare e di assaporare del buon Brunello…