Una montagna di crediti deteriorati pesa sui bilanci delle banche ed è uno degli ostacoli principali alla ripresa della concessione di prestiti alle imprese. Per uscire dal circolo vizioso, i grandi istituti potrebbe costituire una società cui trasferire la gestione delle posizioni in sofferenza.
di  (Fonte: lavoce.info

Una montagna di crediti

A giugno 2013 le banche avevano sofferenze nette (ossia prestiti a soggetti insolventi) con circa 205 imprese non finanziarie per un ammontare netto di 91 miliardi e con circa 172 mila famiglie produttrici per un ammontare di 13 miliardi. A questi si aggiungono 71 miliardi di posizioni incagliate (cioè crediti a soggetti in temporanea situazione di obiettiva difficoltà) e 15 miliardi di posizioni scadute da oltre 90 giorni. Questa montagna di crediti deteriorati pesa sui bilanci delle banche ed è uno degli ostacoli principali alla ripresa del credito alle imprese. (1)

È perciò necessario mettere in atto tutti gli strumenti che ne facilitino la gestione da parte delle banche. Ci soffermeremo qui su due strumenti sinora trascurati nel dibattito italiano:

1) la ristrutturazione volontaria debiti quando l’azienda è in crisi di liquidità, ma è ancora sostanzialmente sana. La finalità di accordi di ristrutturazione è rendere possibile superare le difficoltà temporanee e onorare il debito a condizioni nuove: questo può evitare alle banche di registrare ulteriori perdite dovute al fallimento dell’impresa e di portare in bonis, dopo un eventuale “periodo di prova” di due anni, il credito deteriorato. Approssimativamente, possono essere interessati a ristrutturazioni una buona parte degli 86 miliardi di incagli e posizione scadute.
2) il recupero dei crediti in sofferenza attraverso le vie giudiziali. Lo strumento riguarderebbe parte dei 162 miliardi di sofferenze.

La gestione dei crediti deteriorati attraverso la ristrutturazione dei debiti e il recupero dei crediti è complicata dal fenomeno del multiaffidamento: il debito delle imprese è frazionato tra più banche. Il loro coordinamento è necessario per raggiungere accordi sulla ristrutturazione del debito o per renderne più efficace il recupero. Il coordinamento è tanto più difficile quanto maggiore è il numero di banche coinvolte.

Oltre l’usuale incentivo al free riding, le diverse banche possono avere interessi confliggenti: per esempio, la banca di riferimento può essere più propensa a un accordo, nella speranza di mantenere un cliente consolidato, rispetto a istituti la cui relazione con l’impresa è più recente; oppure l’esposizione di alcune banche può essere coperta da garanzie o assicurazioni sul credito o da credit default swap, quella di altre no; o ancora possono esservi asimmetrie informative che portano a concessioni condizionate al comportamento di altre banche; oppure creditori minori possono seguire una strategia di “apatia razionale”. Come superare il problema di coordinamento? In queste situazioni, può essere utile che i creditori finanziari siano guidati e coordinati da una parte terza. (2)

Ristrutturazione dei crediti incagliati

I crediti ristrutturati a giugno 2013 erano pari a poco meno di 13 miliardi. Gli accordi di ristrutturazione tipicamente includono vendita di asset, rimodulazione dei pagamenti (per esempio, il rinvio di alcuni rimborsi, l’allungamento della maturità del debito, eccetera), dilazionamento (roll-over) di alcuni crediti, modifiche ai tassi di interesse, cancellazione di penalità dovute, modifica delle clausole vincolanti, debt/equity swaps, nuovi crediti, nuove garanzie sul debito ristrutturato, cancellazione di interessi maturati o di parte del debito.

In linea generale, tali accordi dovrebbero escludere la copertura di  comportamenti fraudolenti e potrebbero includere clausole di cambiamenti nel management (per esempio, il direttore finanziario). Inoltre è opportuno che uno o più advisor indipendenti siano coinvolti nella valutazione della sostenibilità del nuovo business plan e del debito ristrutturato (l’intervento è espressamente previsto nell’ambito delle nuove procedure di ristrutturazione).

La Banca d’Italia potrebbe agire da facilitatore di questi accordi, elaborando per esempio principi e linee guida non obbligatorie (il cosiddetto “London Approach”). Il ministero dell’Economia e finanza, insieme ad Abi e Confindustria, potrebbe lanciare una campagna di informazione e aprire un tavolo su possibili modifiche fiscali, alla legge fallimentare e al Fondo centrale di garanzia per rendere più agevole e conveniente la ristrutturazione dei debiti. L’Abi potrebbe promuovere la costituzione di un fondo che fornisca debito subordinato o nuovo capitale alle imprese che ristrutturano.

Gestione delle sofferenze

I costi delle procedure di liquidazione sono elevatissimi in Italia, che risulta 124ma nella relativa classifica redatta dalla Banca Mondiale. (3) La crisi ha aggravato la situazione, rendendo estremamente difficoltosa la vendita di asset, anche di pregio.
Le principali banche potrebbero costituire una società alla quale trasferire la gestione di posizioni a sofferenza attraverso la cessione dei crediti o contratti di servizio. La società gestirebbe, in una logica di segregazione, i portafogli conferiti dalle banche, le quali ne diverrebbero socie in misura percentuale ai crediti apportati attraverso una parziale capitalizzazione dei crediti stessi. La società non dovrebbe essere unica e potrebbe essere anche immaginata in una struttura consortile su base territoriale, soprattutto per le piccole-medie banche.

La società permetterebbe di raggiungere tre obiettivi:
1. Concentrazione della gestione delle posizioni comuni a più banche, con evidenti benefici, nei contatti con le controparti e con i tribunali. Verrebbero così superati i problemi di coordinamento, che pregiudicano, o comunque dilatano nel tempo, la soluzione bonaria di numerosissime situazioni.
2. Semplificazione dei processi deliberativi: alla società dovrebbero essere assegnati poteri di straordinaria amministrazione con limiti determinati (prezzo di cessione/valore netto del credito);
3. Collocazione frazionata di pacchetti a terzi e cartolarizzazione: la disponibilità in capo alla società della totalità (o di una quota consistente) del debito bancario di una impresa potrebbe facilitare, ove conveniente, operazioni di dismissione e cartolarizzazione.

Queste operazioni potrebbero rallentare il processo di generazione di nuove sofferenze e ridurne lo stock esistente, alleggerendo così i bilanci della banche e liberando risorse per la ripresa del credito alle imprese.

(1) Banca d’Italia, Bollettino Statistico, Roma, ottobre 2013.
(2) Liu, Yan e Rosenberg, Christoph B., “Dealing with Private Debt Distress in the Wake of the European Financial Crisis”, IMF Working Paper, 44/2013.
(3) World Bank, “Out-of-Court Debt Restructuring”, December 2011

 

Bio dell’autore – Sergio Lugaresi

Consulente indipendente e project manager all’ABI, è’ stato Senior Vice President, Head of Regulatory Affairs del Gruppo UniCredit (2007-2013). Precedentemente è stato Chief Economist in Banca di Roma e nel Gruppo Capitalia (1997-2007). Nel periodo 1992-1995 ha lavorato al Fondo Monetario Internazionale, ed è rimasto successivamente membro del suo “expert panel”. Si è laureato in economia all’Università di Modena nel 1982 e ha ottenuto il Dottorato di Ricerca in Economia all’Università di Bologna nel 1987. Ha pubblicato diversi paper e alcuni libri sulla politica economica e monetaria, l’economia industriale, la gestione del rischio di credito e la politica fiscale.