Bollati a suo tempo da Diego Della Valle come i due “arzilli vecchietti”, Cesare Geronzi e Giovanni Bazoli non ci stanno. Il primo, che deve in gran parte all’industriale marchigiano il siluramento della presidenza delle Assicurazioni Generali, è rimasto orfano del suo intervistatore Massimo Mucchetti che, candidandosi con il Pd, all’inizio dell’anno ha interrotto sul più bello la promettente tournée di presentazione del libro a quattro mani Confiteor. Il secondo invece è ancora in sella alla prima banca italiana, Intesa Sanpaolo.

Il primo per togliersi gli ultimi sassolini dalla scarpa si fa intervistare dal mensile Formiche. Il secondo ha ancora diritto alla paginata su Repubblica. Ma il senso è sempre lo stesso: come si permette Della Valle? Geronzi nota perfidamente che subito dopo il suo allontanamento alle Generali hanno fatto fuori anche l’amministratore delegato Giovanni Perissinotto, alleato di Della Valle. E distilla veleno con tono filosofico: “Recenti cronache evidenziano come fossero privi di fondamento gli elogi che qualche giornale rivolse a manager della compagnia, poi cessati”.

Il nuovo ad Mario Greco sta effettivamente facendo pulizia, e Geronzi gongola: “Ha per obiettivi indipendenza ed efficienza, non per fare quello che vuole lui per sé o per i suoi, ma per il bene dell’azienda”. E chi vuol intendere intenda. Geronzi non ce l’ha solo con il presidente della Fiorentina, ma anche con Alberto Nagel, il numero uno di Mediobanca che si alleò con Della Valle e Perissinotto per farlo fuori dalle Generali, dopo averlo combattuto subito prima, quando era presidente di Mediobanca. “Qualcuno si domanda: esiste un’azienda in difficoltà sottoposta alle cure di Mediobanca che alla fine si sia salvata?”. La domanda è retorica, la risposta sottintesa. L’unico fatto certo è che Nagel ha trent’anni meno di Geronzi.

Bazoli invece non digerisce che Della Valle lo consideri il responsabile delle disdicevoli condizioni in cui è ridotta Rcs Media Group, l’editrice del Corriere della Sera. “Affermazione incredibile”, sussurra a Repubblica mentre ammette che si occupa dell’azienda “dal lontano 1985”. Mentre Della Valle gli chiede di togliere il disturbo, Bazoli si difende in modo variegato. Rivendica di aver contato molto sulle scelte che rivendica.

È lui che ha difeso il Corriere dalle interferenze della politica (nulla però dice delle interferenze del potere economico), opponendosi “per ben due volte” alla nomina di direttori “vicini all’entourage berlusconiano”. È ancora lui che nel 2004 si adopera per convincere Vittorio Colao a prendere la guida della Rcs. Sono però altri a osteggiare prima e far fuori poi Colao. Chi? Ci pensa l’intervistatore, Giovanni Pons, a fare i nomi di Marco Tronchetti Provera, Geronzi e Della Valle. Ed nulla ha potuto, evidentemente, Bazoli contro l’acquisto della spagnola Recoletos, nel 2007, operazione che ha affossato Rcs e che fu decisa in un cda di cui faceva parte Della Valle e non Bazoli, che però, a quanto si sa, non ha mai protestato.

Twitter @ giorgiomeletti

Il Fatto Quotidiano, 30 ottobre 2013