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Non c’è Street Art senza polemica, non ci sono graffitari che non facciano discutere, provocando ora reazioni di ripulsa, ora adesioni entusiastiche. “Erano lupi notturni, cacciatori clandestini di muri e superfici, bombardieri senza pietà che si muovevano nello spazio urbano”, scrive Arturo Pérez Reverte nelle prime righe del suo romanzo di prossima pubblicazione, El francotirador impaciente, in cui ritorna alla sua vecchia passione di reporter esplorando dall’interno proprio il mondo dei grafiteros, in un viaggio che lo porta da Madrid a Lisbona a Verona e Napoli.

E il protagonista, tal “Sniper” (cecchino) si ispira, guarda caso, alla figura di quello stesso Banksy che – in queste ultime settimane – è riuscito a mettere a rumore New York. Con tanto di ordine perentorio di arresto emesso dal sindaco Michael Bloomberg perché “i graffiti rovinano la proprietà pubblica”. Ma alla fine, il misterioso artista britannico (si sa che è nato a Bristol, ma nessuno conosce il suo volto) l’ha avuta vinta.

Dalla sua pagina web, aveva promesso una missione lunga un mese nella Grande Mela all’insegna dello slogan “Better Out Than In”, meglio fuori che dentro, con una raffica di iniziative: disegni murali nei luoghi più impensati, e alcune curiose installazioni. Come quel camion per trasporto bestiame visto circolare per le strade del Meatpacking District con pecore, vacche e maialini di peluche portati al “mattatoio”. Oppure quel ragazzo (in carne e ossa) che, davanti alla porta di un fast food, puliva le enormi scarpe rosse di un Ronald McDonald in poliuretano. E ancora quella vendita improvvisata da un presunto ambulante sessantenne a Central Park dove su un banchetto erano esposte opere (autentiche) di Banksy disponibili per appena 60 euro l’una: pochi, ignari acquirenti, hanno fatto l’affare del secolo, portandosi via per un totale di 500 dollari scarsi disegni che sul mercato sono quotati centinaia di migliaia di dollari.

L’unica, magra soddisfazione di Bloomberg è stata quella di riuscire a far cancellare dai muri della città, con pistole speciali che combinano agenti chimici corrosivi con acqua ad alta pressione, alcune delle provocazioni artistiche di Bansky, mentre a Long Island il curatore di quella che è considerata la mecca dei graffiti di New York chiedeva aiuto all’artista britannico per tentare di scongiurare la demolizione del mitico edificio 5 Pointz, ornato di centinaia di murales.

Le ruspe entrano in azione anche a Parigi, ma la differenza è che la stessa amministrazione pubblica ha deciso di rendere omaggio alla Street Art, con una straordinaria mostra di graffiti durata un mese (ieri era l’ultimo giorno) nella vecchia residenza dei ferrovieri che sarà abbattuta per far posto a nuovi alloggi sociali. 

E a Berlino, dove il tratto più lungo di Muro rimasto in piedi (1,3 chilometri lungo il fiume Sprea) è diventato un’opera d’arte a cielo aperto tutelata dalle autorità, con dipinti di 118 artisti di 21 paesi, a provocare polemiche incandescenti è stata proprio la decisione di uno di loro, Jim Avignon, di modificare l’opera che aveva realizzato nel 1990. Sulla stampa tedesca, immediata la levata di scudi: l’arte non si tocca.

Il Fatto Quotidiano, 1 Novembre 2013