“Vittorio Emanuele di Savoia sparò e uccise un giovane”, pubblicarlo non è reato. Lo ha stabilito il giudice civile di Piacenza, che ha assolto dall’accusa di diffamazione un cittadino che qualche anno fa inviò e si vide pubblicare su un giornale locale una lettera contro la possibilità del ritorno in Italia della famiglia reale, che fino ad allora aveva vissuto in esilio all’estero.

Una missiva che non era passata inosservata al membro di Casa Savoia e imprenditore italiano naturalizzato svizzero il quale, tramite i suoi avvocati Sergio Calvetti di Treviso e il piacentino Salvatore Dattilo, aveva presentato una richiesta di risarcimento danni al Tribunale civile di Piacenza di circa 258mila euro. Vittorio Emanuele si era sentito diffamato in quanto i fatti che gli venivano addebitati nella frase, cioè l’aver provocato la morte del 19enne Dirk Hamer in conseguenza alla vicenda consumatasi sull’Isola di Cavallo in Corsica, nell’agosto del 1978, “sono oggettivamente falsi”, si leggeva nelle motivazioni.

E lo riteneva perché, il nobile, era stato assolto dall’accusa di omicidio dalla Corte d’Assise di Parigi con una sentenza del novembre del 1991. Sentenza che, sempre secondo Vittorio Emanuele, avrebbe dovuto essere ricordata nella lettera contestata. Ma il giudice civile Antonino Fazio non è stato dello stesso avviso, con una sentenza che certamente farà scuola ed è stata ripresa da diverse riviste giuridiche. Gli avvocati Alessandro Miglioli e Giovanni Bertola, che hanno rappresentato l’editore chiamato in causa, avevano invece chiesto di respingere le richieste del principe sia in fatto che in diritto. E avevano concretizzato le richieste tramite una serie di argomentazioni accolte dal magistrato.

Nella sentenza è possibile leggere che “non può trovare alcun riconoscimento nel nostro ordinamento la sentenza del 18 novembre 1991 della Corte d’Assise di Parigi perché totalmente priva di motivazione”. E sempre secondo il giudice Fazio, “l’espressione ‘sparò ed uccise un giovane’ posta a fondamento della propria opinione contraria al rientro in Italia degli esponenti di Casa Savoia, costituisce manifestazione del pensiero garantita dall’articolo 21 della Costituzione”.

A portare alla sentenza che farà discutere, c’è anche l’ammissione contenuta nelle intercettazioni video del 2011, durante le quali Vittorio Emanuele, detenuto nella casa circondariale perché indagato nell’un’inchiesta del pm di Potenza, John Woodcock (per la quale i il principe è stato scagionato), aveva ammesso di avere sparato e colpito il giovane. Filmato contestato dalla difesa di Vittorio Emanuele ma con argomentazioni giudicate “non fondate” dal magistrato piacentino, che non ha ritenuto punibile di diffamazione l’aver scritto in una lettera inviata a un quotidiano che ““Vittorio Emanuele di Savoia sparò e uccise un giovane” perché “posta a fondamento della propria opinione contraria al rientro in Italia degli esponenti di Casa Savoia” e che quindi “costituisce manifestazione del pensiero garantita dall’articolo 21 della Costituzione”.