Ho già avuto modo di intervenire altrove a proposito del rapporto tra poesia e musica d’autore (o “cantautori”, come usa dire qua da noi), ma mi pare il caso di dirne ancora, se non altro sulla scorta di due episodi, uno al limite del ridicolo, la candidatura al Nobel della letteratura di Vecchioni, l’altro tristissimo, la morte di Lou Reed.

A partire da un input che viene d’oltreoceano.

Su Harriet, il blog di Poetry Foundation, esce un lungo e approfondito articolo di Andrew Epstein dedicato a Lou Reed e ai suoi Velvet Underground che è anche una cartografia avvincente e ben disegnata della poesia americana degli anni 60-80, oltre l’ormai scontato sightseen Beat.

Il pezzo approfondisce con acume tutti gli infiniti fili che legano l’esperienza artistica di Reed – sia sul piano musicale, che su quello letterario – con gli ambienti più avanzati e radicali della ricerca e della sperimentazione artistica e letteraria americana di quegli anni: dai rapporti con Wharol, a quelli con Delmore Schwartz, con le Nuove Avanguardie, con Cage, in un brodo di “cultura” dove in quegli anni sguazzava anche un altro grande poeta americano, un beat anomalo come John Giorno, dimostrando quanto il cammino artistico di Reed sia stato intensamente interfacciato con quello della New York School of Poetry e come l’artista americano abbia sempre ritenuto che anche quello della lingua  fosse un campo dove intendeva sperimentare, esattamente come faceva nella musica.

Forse neanche Lou Reed è stato, sino in fondo, un poeta, ma certamente (questa perlomeno è la mia opinione) il suo è uno dei casi in cui è più difficile separare il musicista dall’artista delle parole.

Quasi quanto nel caso di Leonard Cohen. E probabilmente il suo lavoro attiene alla letteratura, a quella vera, che resta. Penso, ad esempio, a un album come Magic and Loss.

Ora il problema italiano è in qualche modo visibile per contrasto.

Qui da noi si va raramente oltre la distribuzione di appellativi, anche perché, se si approfondisse, raramente verrebbe fuori un’attenzione, una voglia di sinergia e di dialogo pari a quella di Reed, così come descritta da Epstein.

Un giorno da poeta, qua da noi, invece, non lo si nega a nessuno, posto che abbia qualche rima appena grammaticalizzata da mettere in musica sul palco.

Il livello è così basso che si è gridato al miracolo letterario anche per il brano di Vecchioni che vinse a Sanremo, ed è tanto bassa l’attenzione della critica e del pubblico a quanto scrivono i propri beniamini, da stupirsi per il De Gregori che osanna la repressione in Val di Susa, quando sarebbe bastato riflettere su quanto dichiarava a proposito della lingua e della sua purezza, già anni fa, era il 2000, per essere ben consci di certo bacchettonismo accademico che volentieri spuntava fuori, altero come un asparago, tra un ermetismo e l’altro.

Una situazione così è ben rappresentata dalla candidatura di Vecchioni al Nobel.

Ci piaccia o no, ce la meritiamo tutta: siamo o non siamo la nazione a cui piacciono “le donne con le gonne”? (E non si sa se essere più desolati per la rima. o per il contenuto che essa veicola).

Qui da noi la relazione tra musica e poesia è, insomma, sovente solo un dialogo melenso che si sviluppa sulla base di un connubio urticante tra melodia (magari condita di rock, addirittura di qualche schitarrata heavy, o di una frullata d’elettronica) e sentimentalità che effonde io a catinelle.

È un patto al ribasso, di retroguardia, che bada a consolare e a rassicurare. Mentre proprio là ci sarebbe, probabilmente, una delle porte d’accesso a qualcosa di nuovo, che però non potrà essere trovato, imho, semplicemente incollando vecchia lirica simbolista e strutture e armonie musicali spesso assai poco coraggiose.

Farà scandalo – lo spazio commenti sta là apposta ;-) -ma anche molti dei testi di De André, letterariamente, non sfuggono a una certa aura di “scontato”, né sono sempre in grado di stare in piedi da sé: ottime liriche, ottima letteratura, spesso, ma altrettanto spesso lontane dalla poesia.

Ma poi c’è la Domenica delle salme, per esempio, e tutto cambia. Mentre troppo breve è stata la collaborazione tra Roversi e Dalla e troppo poco reattiva, soprattutto, la capacità inventiva a livello musicale del cantautore genovese, per produrre davvero qualcosa di rilevante, capace di indicare strade nuove.

E se anche è vero quello che sostiene Mazzoni – che la canzone d’autore abbia ormai sostituito, nella funzione e nella legittimazione, la poesia – questo non significa che per la nostra poesia sia cambiato poi di molto rispetto a quanto già c’era ed era già estremamente usurato.

Con tutte le eccezioni del caso, e rubricando altrove il rap: eccezioni di valore, come quelle di Petrina, Brondi e Capovilla, per fare solo qualche nome. Ma su questo, come sui testi del rap italiano, tornerò presto.