La vicenda Alitalia è l’emblema di un’Italia immonda, spregiudicata, impunita, arrogante, da rifondare. Una volta affondata, va appunto rifondata.

Chi l’abbia affondata è notorio. Sarebbe opportuno che tale notorietà divenisse tale anche nelle aule giudiziarie, individuandosi nomi e cognomi dei tanti lestofanti che in questi decenni ci hanno ridotto come accattoni. Accattoni di democrazia. Accattoni di diritti. Accattoni di futuro.

Una oligarchia divenuta gerontocrazia, familistica nel senso più ampio del termine (parenti e amici, così come dimostra ancora da ultimo la confidenza tra il Guardasigilli Cancellieri e la famiglia Ligresti), che ha governato e tuttora governa la politica e la vita economica di questo Paese, al confine tra il lecito e l’illecito (ossia tra chi si è arricchito o ha consolidato le proprie ricchezze, nell’ambito delle condotte apparentemente lecite o palesemente sul versante illecito, ergendosi in ogni caso un recinto di impunità, tanto formale quanto sostanziale).

Una classe di lestofanti certamente non avulsa dalla società civile ma una sorta di specchio (ben rappresentata da: falsi invalidi, furbetti che espongono il pass di invalidi, chi escogita qualsiasi furberia perché “mi dispiace, ma io so’ io e voi non siete un cazzo!”, Marchese del Grillo, 1981).

Ma torniamo ad Alitalia. Air France-Klm ha fatto trapelare che non parteciperà all’aumento di capitale per una società che non vale alcunché. Mica son fessi. Il giochetto Alitalia ci è costato circa 4 miliardi (di soldi pubblici) poco tempo fa grazie a Silvietto da Arcore che ha regalato la compagnia di band(ana) ai “capitani coraggiosi”, veri squali della finanza che in altrettanto poco tempo hanno accumulato quasi un miliardo di debiti. Soldi che vorrebbero rispalmare sulla collettività, così come ancora ieri ha confermato il ministro Lupi (mica “agnelli”, a sua volta un esperto in aiutini di Stato), tramite la ‘vasellina’ Poste con l’incipit dei 75 milioni di aumento di capitale. Sempre soldi pubblici ma mica ce lo raccontano. Un Paese di tanti Schettino, tutti pronti all’inchino. Con i soldi altrui però, mica con i propri.

Per scomodare il diritto, potrei osservare come si è dinanzi ad un abnorme caso di mala gestio, compiuto da più soggetti pubblici e privati, per interessi anche personali, in danno della collettività, al limite della bancarotta fraudolenta. Ora, se sbagliare può essere anche umano, perseverare è notoriamente diabolico.

Se poi volgiamo lo sguardo altrove vengono subito in mente le centinaia di opere pubbliche incompiute disseminate ovunque (veri buchi neri delle finanze pubbliche che hanno alimentato malavita e affarismi privati) e solo di recente pensiamo al Ponte sullo Stretto, alla Tav di Val di Susa. Ed intanto il debito pubblico ha superato 2.000 miliardi.

Perché accade tutto questo? Perché gli italiani non scendono in piazza mostrando la ghigliottina? Perché nulla cambia mentre all’estero ci guardano tutti sbigottiti? Perché tutti invocano la rivoluzione, seduti sul divano col telecomando davanti ad ‘Amici’?

Accennerò ad alcune risposte, scusandomi della semplificazione. Siamo certamente un Paese straordinario che ha prodotto cultura e bellezza a profusione. Fino ad un certo periodo però, poi abbiamo smesso, forse da qualche secolo. Siamo rimasti incompiuti, mentre altri paesi si sono evoluti, soprattutto sui versanti democrazia ed etica. Noi preferiamo delegare il nostro futuro ad un uomo solo, spesso sbagliandolo, affascinati dall’aria canaglia e guascona. Quando si ha una bassa statura morale si è inclini ad accettare qualsiasi porcheria: dal porcellum al giornalismo servile, dal conflitto di interessi, all’accettazione della corruzione e della disonestà. Da noi i valori son disvalori e viceversa.

Da noi si discute per mesi di voto palese quando in qualsiasi paese civile è palese che un pluricondannato non faccia politica, sia disprezzato e cada nell’oblio.

Come ne usciremo? Con una presa di coscienza; con un cortocircuito culturale e generazionale; con un segno tangibile di disgusto; con una magistratura che sia in grado di individuare i responsabili e di portare a compimento le pene (restituendo il maltolto alla collettività); con l’abbandono del permissivismo, del buonismo, del familismo, dell’inciucismo. Con l’assunzione di responsabilità, da noi ignota. Con una classe politica resettata. Con una classe dirigente resettata.

Le ceneri oramai caratterizzano il nostro paesaggio culturale ed economico. Occorre solo che noi le si annaffi e che si curino i germogli, proteggendoli nella crescita. Ma soprattutto che i figli siano diversi dai padri.