“Sono canzoni un po’ strabiche”: definisce così i dieci brani che compongono il suo disco d’esordio la giovane cantautrice Nima Marie, intitolato Woollen Cap, per via di quei cappelli di lana che ama indossare. “Strabiche” perché riescono ad avere sia un occhio rivolto all’esplorazione di sé e alle proprie emozioni, sia uno che guarda fuori al mondo esterno. Le sonorità pop-folk che accompagnano Nima Marie, dotata di una tecnica vocale e un linguaggio sorprendentemente maturi, si instradano verso sentieri blueseggianti, disvelando un incantevole componimento poetico, un disco composto da dieci brani buono a ribadire l’ambizione e l’originalità del personaggio.

Chi è Nima Marie?
Una cantautrice, o per meglio dire, singer&songwriter. Mi riconosco più in questo termine che in quello italiano, non solo perché scrivo e canto essenzialmente in inglese, ma anche perché mi sento lontana dalla tradizione del cantautorato nostrano, pur apprezzandolo. C’è chi ha scritto che dalla mia casa in Liguria guardo il Mediterraneo ma vedo il Pacifico. Io stessa ho definito le mie canzoni un po’ “strabiche” perché con un occhio guardano al mondo esterno e con l’altro alla mia dimensione più intima. Si potrebbe quindi riassumere dicendo che Nima Marie è una scrittrice di canzoni con qualche… problema di vista!

Qual è il motivo per cui hai scelto di intitolare il tuo primo disco – dotato peraltro di una bella cover – “Woollen Cap”?
Grazie! Anch’io sono rimasta molto colpita dall’illustrazione in copertina, quando l’ho vista la prima volta, e approfitto per ringraziare ancora una volta l’autrice, Matilde Martinelli. Le avevo dato qualche indicazione che lei ha felicemente ignorato, tirando fuori dalla sua penna un’immagine molto poetica, che cattura l’essenza un po’ fanciullesca della mia anima di cantautrice. Il titolo prende spunto da uno dei brani del disco, Woollen Cap, ovverosia il “berretto di lana”, in cui ironizzo sul mio perfezionismo e sul mio lato più pessimista. Metaforicamente, è come se anche in una giornata di primavera una vocina interiore mi dicesse di stare all’erta, perché da un momento all’altro, a tradimento, potrebbe sempre arrivare l’inverno: e così, per sicurezza, ho un berretto di lana che mi porto sempre dietro, non si sa mai! Scegliere questo titolo è una sorta di dichiarazione d’intenti: in questo disco mi sono messa a nudo, raccontandomi con grande sincerità, ma anche con il desiderio di sdrammatizzare ed esorcizzare le mie paure e le mie debolezze.

È un disco molto “americano”, il suo ascolto mi ha fatto venire in mente Ani DiFranco, anche se le influenze sembrano molteplici. C’è qualche artista in particolare che credi abbia avuto influenze su di te?
Devo dire che i dischi di Ani DFranco occupano buona parte del primo scaffale della mia libreria: il posto d’onore. Insieme a lei si trovano quelli di altri artisti più o meno sconosciuti. Prima di lavorare a questo disco ho ascoltato tanta musica, alla ricerca di ispirazione e di confronto, ma non saprei dire quali e quanti artisti mi abbiano influenzato. L’unica “illuminazione” consapevole che posso citare è Damien Rice, e in particolare il suo primo album 0, che in una manciata di minuti mi ha fatto comprendere che cosa intendeva Leonard Cohen quando ha detto: “Per sua natura, una canzone deve muovere da cuore a cuore”.

Come nascono le tue canzoni? Hai un metodo o aspetti che arrivi l’ispirazione? E generalmente, cos’è che ti ispira?
Le mie canzoni nascono da ispirazioni improvvise, a volte sottoforma di melodie, a volte di immagini. A ispirarmi è il mondo che mi circonda, un libro, un film, un’altra canzone. Sono le sensazioni che si risvegliano dentro di me e il significato che assumono all’interno della mia storia personale a ispirarmi. Ormai è diventato abbastanza automatico annotare le idee, le sensazioni, appena si affacciano alla mente. Le lascio decantare, e in seguito ci lavoro con calma, per approfondirle, ampliarle e svilupparle.

Qual è il messaggio che vorresti venisse colto da chi ti ascolta? E quali erano le tue ambizioni su questo disco nel momento in cui sei uscita dallo studio di registrazione?
Non scrivo per lasciare messaggi, non ho grandi verità da rivelare. Mi piacerebbe lasciare un’emozione, questo sì. Risvegliare in chi ascolta una sensazione che si era assopita, un ricordo, o anche solo uno stimolo per l’immaginazione. C’è che ha definito questo disco “rincuorante”: è una definizione che mi è molto piaciuta. Sarei felice se ascoltando la mia musica qualcuno si fosse sentito consolato.

Quanto sono importanti nel promuovere la tua musica i social network?
Sono fondamentali. Da un lato rappresentano una risorsa utilissima e molto comoda, perché ti permettono di assumere un ruolo attivo nella promozione del tuo lavoro e semplificano molto la comunicazione. Dall’altro richiedono un grande impegno di tempo che preferirei di gran lunga dedicare alla musica.

Stai promuovendo il disco con un live, o un tour? Se sì, quali sono le prossime date?
Sì, ci stiamo organizzando per far conoscere questo album in giro per l’Italia e, con un po’ di fortuna, anche all’estero. Tutte le date verranno di volta in volta aggiornate sul mio sito ufficiale (www.nimamarie.com) e il primo appuntamento sarà sabato 2 novembre a Genova, per la presentazione ufficiale del disco. A ospitarci sarà la Claque del Teatro della Tosse, una cornice straordinaria per far conoscere a tutti questo nuovo lavoro. Non vedo l’ora.