La macchina delle “privatizzazioni”, chiamiamole così, si è rimessa in moto. Dopo mesi di annunci, Enrico Letta e il suo ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni sono pronti a lavorare al piano annunciato nel pacchetto “Destinazione Italia”. Non ci sono documenti ufficiali, ma stando alle indiscrezioni l’idea sarebbe di vendere quote in mano al Tesoro (o alla Cassa depositi e prestiti) nelle società partecipate dallo Stato quotate in Borsa: Eni, Enel, Finmeccanica, Terna, magari quotando Fincantieri (chissà se ci sarà la fila degli investitori per una società che opera in un settore così incerto come la cantieristica navale).

Dal bilancio 2012 dell’Eni il Tesoro ha ricevuto come dividendi 170 milioni per una quota del 4, 34 per cento, la Cassa Depositi e prestiti che ha il 25, 76 ha avuto 1, 011 miliardi. E la Cdp è all’ 80, 1 per cento del Tesoro. Dall’Enel, nonostante i problemi di debito e le difficoltà del settore, il Tesoro ha incassato 400, 7 milioni, avendo il 31, 2 per cento del capitale. Ha senso ridurre l’investimento in queste società? Lo Stato comunque manterrà il controllo e un potere d’ingerenza notevole, quindi le azioni si vendono, ben che vada, al prezzo di mercato, zero premio di controllo. E nessuno comprandole, può sperare di accrescere la propria influenza sulla gestione e sulle prospettive di redditività.

Si tratta di un’operazione puramente finanziaria, non di una “privatizzazione”, nel senso che il ruolo dei privati non aumenterà di una virgola anche se il Tesoro vendesse tutto il suo 4, 34 dell’Eni. Quindi la domanda diventa se per lo Stato si tratti di un’operazione finanziaria conveniente. Se accettiamo l’ipotesi di mercati efficienti, il prezzo delle azioni incorpora il valore (attualizzato) dei dividendi futuri: lo Stato farebbe cassa subito rinunciando ai successivi dividendi e ai potenziali aumenti di valore del titolo in Borsa. Visto che non ci sarebbero conseguenze sulla gestione, per il Tesoro l’operazione è in teoria neutra, sempre ammesso che i mercati siano davvero efficienti.

Diventa quindi dirimente decidere come verranno spesi i soldi incassati: se si vendono beni di qualità (parliamo di azioni liquide, mica di caserme o carrozzoni di Stato), bisognerebbe usare l’incasso per investimenti che rendano di più. Altrimenti tanto vale tenersi quelle quote. Se invece la cessione del patrimonio pubblico più pregiato servisse a finanziare spesa corrente, a compensare le tante coperture ballerine della legge di stabilità, allora le “privatizzazioni” di Letta e Saccomanni diventerebbero un saccheggio legale ai danni di tutti noi contribuenti. Speriamo bene.

Il Fatto Quotidiano, 30 Ottobre 2013