Decadenza è la parola contraria a Rinascimento, e forse segna questa epoca di passaggio dal berlusconismo al decadentismo. Certo si poteva usare un altro termine, per esempio espulsione; per un condannato in via definitiva si tratterebbe infatti di una espulsione dalle istituzioni con successiva interdizione….parola pesante e che contiene in sé il senso della pena.

La decadenza invece è già una edulcorazione che ovviamente tutti i media hanno amplificato, perché il fatto in sé possa apparire come una mera conseguenza burocratica, quando invece si tratta di una prescrizione etica di sistema delle nostre Istituzioni democratiche: un condannato in via definitiva non può far parte di una Istituzione così come non può fare il bidello in una scuola o partecipare a concorsi pubblici etc…Se questo presupposto, in primo luogo etico, viene meno, tutto il sistema delle regole crolla e nel nostro sistema giuridico creerebbe una miriade di precedenti per cui grazie a buoni e scaltri avvocati, potremmo ritrovarci Tanzi come direttore generale della Agenzia delle Entrate.

Allo stesso modo non sarebbe impossibile che a qualche Amministrazione venisse in mente di creare P.zza Mangano, riferendosi allo stalliere e non all’attrice, e chissà a quanti altri paradossi potremmo assistere in un tempo di ristrutturazione delle regole a botta di convenienza e circostanza momentanea. La pervicacia del Pdl al raggiungimento del risultato, ovvero raggiungere il massimo stravolgimento delle regole, è comprensibile poiché altro non fanno che portarsi avanti col lavoro, vista la quantità di condannati in via provvisoria in coda e che prima o poi giungeranno alla sentenza definitiva. Quindi non basta più il classico e garantista concetto di presunzione d’innocenza, ci vuole di più. E tutta la discussione che riempie questo nostro autunno cerca, come in una guerra di trincea, metro per metro di raggiungere un risultato in più verso “la resurrezione del condannato”.

“La decadenza” sta diventando un tormentone ancor più penetrante di quello di Daniele Silvestri “La Paranza”, e riempie i bar ed i talk scatenando l’italico dibattito da dopolavoro, che oggi pericolosamente vira verso il “senzalavoro” visto l’aumento di disoccupati e cassintegrati. Il fatto è che invece il “Decadentismo” contrassegna davvero questo nostro tempo. Un decadentismo generale ed ampio, tanto ampio che non se ne vedono i confini. Dalla cultura all’economia, alla qualità della vita passando per le abitudini e i costumi quotidiani è tutto un decadere. L’ultimo pensiero per noi italiani dovrebbe essere la questione della decadenza di un soggetto, mentre dovremmo preoccuparci seriamente della decadenza del Paese e non abbiamo neanche un Rimbaud che lo riesca a narrare al futuro.