La vicenda Imu/Service-Tax/Trise potrebbe essere assunta a emblema della crisi generale della politica istituzionale, bloccata all’interno di un dibattito il cui obiettivo sembra essere sempre più l’autoconservazione di sé stessa. C’è però qualcosa in più nelle modalità con cui si è consumata la discussione intorno alla tassa sulla prima casa e che è importante porre in luce, proprio perché rivela la natura politica del Governo delle larghe intese. Il solo fatto che l’abolizione dell’Imu fosse stata posta come conditio sine qua non per la formazione del nuovo Governo da parte del Pdl avrebbe dovuto far accendere un campanello d’allarme a tutti coloro che ben guardavano all’Esecutivo nascente e alla sua possibilità di mettere in campo politiche che avessero l’obiettivo reale di risolvere le emergenze sociali del Paese.

Le modalità con cui è stata riformulata la tassazione sulla prima casa e l’impianto generale del decreto 102/2013 rivelano chiaramente come l’obiettivo politico di questo Governo sia prima di tutto quello di non toccare l’esistente, di lasciare inalterati i rapporti di forza presenti nella società e, al contrario, di rafforzarli nell’ottica di penalizzare ulteriormente chi già sta pagando il prezzo più caro della crisi. Esemplare, da questo punto di vista, il fatto che il Governo si sia premurato di esentare dal pagamento dell’Imu gli immobili invenduti, un vero e proprio regalo alle grandi ditte di costruttori e speculatori edili, che produrrà come risultato il mantenimento della paradossale situazione in cui si trovano la maggior parte delle nostre città, stracolme di gente senza casa e di case senza gente, con la differenza che ad uscirne maggiormente tutelate sono le case e chi trae profitto dal costruirle e non la gente che una casa non ce l’ha.

Emblematico poi il fatto che quando pochi giorni fa il Pd ha presentato un emendamento per la reintroduzione dell’Imu sulle prime case con rendita superiore ai 750 euro, provando a reintrodurre elementi di progressività nella tassazione, il Pdl abbia tirato su immediatamente le barricate, costringendo il Partito Democratico a ritirare la proposta per non mettere in crisi la stabilità del Governo, una stabilità che si fonda sulla necessità di tutelare in primis un ceto sociale ben preciso. Per non parlare poi dell’assenza totale di politiche abitative ampie e di lunga prospettiva, che assumessero la centralità del diritto all’abitare, come priorità da tutelare in una fase di crisi economica come quella che stiamo vivendo.

La perdita del lavoro, l’aumento della disoccupazione, l’impoverimento generale dei salari, ma anche e soprattutto la precarietà lavorativa che si caratterizza come vera e propria piaga sociale della nostra generazione, impongono un ripensamento del ruolo del pubblico all’interno del dibattito sulla casa, che non sia più schiacciato soltanto sul tutelare chi una casa (o magari più di una) già la possiede. Se non si assume questa prospettiva, non c’è dibattito sull’abitare che regga.

Prendiamo come esempio l’enorme numero di appartamenti sfitti che esistono nelle nostre città: perché non pensare di tassarli maggiormente, in modo tale che convenga di più metterli a disposizione di chi una casa di proprietà non può permettersela, generando in questo modo anche un ribasso dei prezzi degli affitti? O perché non pensare addirittura a una requisizione dello sfitto, nel momento in cui il nostro Paese vive il dramma di migliaia di persone sfrattate per morosità incolpevole? O, ancora, perché non immaginare che invece di continuare ad approvare concessioni per nuove edificazioni, che altro non fanno se non deturpare il nostro territorio, non si avvii una politica pubblica di recupero degli immobili pubblici e privati dismessi, da convertire in alloggi con canone calmierato per garantire a tutti il diritto ad avere una casa in cui vivere?

La risposta è semplice: per fare tutto questo ci vorrebbe un Governo che abbia come priorità le emergenze sociali reali del Paese e che si ponga l’obiettivo di tutelare i diritti di tutti e non gli interessi di una sola parte, di avviare una lotta seria contro la speculazione edile e gli affari dei grandi costruttori, di tassare le ricchezze e le grandi proprietà, di controllare il mercato degli affitti e di avviare un piano pubblico di intervento per la realizzazione di alloggi popolari. Le larghe intese viaggiano in direzione opposta, anche per questo abbiamo lanciato un ultimatum al Governo e torneremo in piazza il 15 Novembre.