Qualcuno salvi Matteo Renzi: da se stesso, ma più che altro dalla maledizione del Pantheon dei maestri. Delle guide, dei numi tutelari. Repubblica lo ha definito “fidanzato d’Italia” (come un tempo veniva definito il calciatore Antonio Cabrini) con un articolo di Filippo Ceccarelli. Una gufata di per sé autosufficiente, ma il giornale diretto da Ezio Mauro non si è fermato lì, allestendogli graficamente il consueto Pantheon d’ordinanza. Un’antica abitudine di sinistra, ancor più se giovane o quantomeno giovanilista.

Il re dei pantheonisti è stato Walter Veltroni, celebrato sei anni fa a Torino come il condottiero lungamente atteso e poi anzitempo evaporato. I Pantheon di Veltroni erano multitasking e cangianti: ogni volta diversi, ogni volta più grandi. Contenevano tutto e niente, il “forse” e il “ma anche”. Il 27 giugno 2007, dal Lingotto, riuscì a citare in un colpo solo De Gasperi, Ciampi, D’Alema, Bobbio, Gobetti, Primo Levi, Martin Luther King e Olof Palme.

Sei mesi prima, il 20 dicembre 2006, all’interno di una lezione su cosa fosse la politica, mitragliò Chaplin, Kohl, Gorbaciov, Sacco e Vanzetti, Volonté, Redford, i fratelli Kennedy, Foa, Bachelet, Enrico Berlinguer, Zaccagnini, Craxi, Obama, Aung San Suu Kyi, Nelson Mandela, Rigoberta Menchú e Gandhi. Nel 2010, al Corriere della Sera, restrinse il Pantheon ma non l’eterogeneità: Parri, De Gasperi, Moro, Ciampi, Prodi e soprattutto la nota politologa Agatha Christie. Il Pantheon è polifunzionale. Serve come coperta di Linus e come sublimazione di un’assenza: non avendo programmi e attrattiva, la “sinistra” italiana si affida a chi li aveva. Mescolando più icone possibili, nella speranza che l’elettore venga preso per sfinimento, più inebetito che incantato da un cocktail tanto analcolico quanto mestamente lisergico.

Renzi non è meno maanchista di Veltroni, dunque non poteva rimanere insensibile al fascino del Pantheon. Un artificio metaforico che porta una sfiga inaudita; una finzione intellettuale che disinnesca qualsiasi speranza di vittoria elettorale: guai, però, a rinunciarci. Renzi sogna una sinistra così nuova da combaciare definitivamente con la destra, ma non ha ancora capito che quelli di destra non inseguono il feticcio della cultura citazionista: del “far sapere che io so”. Berlusconi ha parlato di Romolo e Remolo, ha dato per viva la famiglia Cervi, ha chiamato Google “Gogol“. Si configura come “capra” di sgarbiana memoria. Eppure se ne frega. E vince le elezioni. Renzi è berlusconiano nell’approccio e nell’ego, oltre che in due ricette politiche su tre, però coltiva ancora la fregola del fighetto di sinistra che deve dimostrare di avere letto Siddharta di Hesse.

Proprio come Jovanotti, che puntualmente è uno dei coinquilini del Pantheon renziano. Anche Veltroni ama i musicisti, ma almeno si affida a De André, Gaber e Fossati. Renzi, no: lui ha operato una rottamazione anagrafica a vantaggio dello sdoganamento dei coetanei. Dunque i cantori del quasi-nulla. Dunque Jovanotti. E i Righeira, menzionati nei comizi per ammiccare agli ex yuppies cresciuti con Karina Huff e Vacanze di Natale. Nel confronto per le primarie 2012, su Sky, mentre Bersani esaltava Papa Giovanni XXIII e Vendola Carlo Maria Martini, Renzi sparò Mandela e la blogger tunisina Lina.

In un libro si è prefissato di voler andare da De Gasperi agli U2, fermandosi però (giusto per citare Bono Vox) dove le strade non hanno nome. Su Repubblica il Pantheon appariva esondante. Bulimico e confuso. Schizofrenico. Dentro c’era davvero di tutto. Clinton e Blair, i nomi più citati da quelli di destra che vorrebbero passare per sinistra. Mandela e Kennedy. Dante e La Pira. Benigni (non quello del Cioni Mario, si presume). Farinetti, Baricco e Steve Jobs. Bartali, Fosbury e Guardiola, noti filosofi post-contemporanei. Poi Giachetti, Davide Serra e Andrea Guerra. Pensatori deboli, figurine Panini e giganti buttati qua e là per decorare il vuoto. Ogni leader ha i suoi idoli. E ogni Pantheon è una Cassandra.

Dal Fatto Quotidiano, 29 ottobre 2013