Ormai l’abbiamo capito: Matteo Renzi è giovane, brillante, ambizioso, vincente (anche per mancanza di concorrenza) e dunque piace a tutti, soprattutto ai giornali. Ma non è soltanto un argomento da sondaggio o una fonte di ispirazione per le imitazioni di Maurizio Crozza. Il sindaco di Firenze non deve più solo piacere, deve convincere. Perché, come minimo, è destinato a guidare il Pd, cioè il primo partito italiano. E se non farà troppi errori, ha ottime possibilità di essere il prossimo presidente del Consiglio. Eppure , finora, non è sembrato abbastanza consapevole di ciò che questo comporta. Continua ad affinare slogan e giochi di parole (cambiare verso al Pd per cambiare verso all’Italia per cambiare verso all’Europa) invece che programmi: a un Paese privato di futuro dalla recessione e dall’insipienza delle sue élite offre una speranza effimera, fondata sulla persuasione retorica invece che su idee forti e su una chiara lista di priorità.

Il primo punto del suo programma è dare 100 euro al mese a chi ne guadagna meno di 2.000. Ma come pagare una simile spesa, tra i 10 e i 20 miliardi all’anno? Renzi e i suoi consiglieri assicurano che, una volta arrivati loro a Palazzo Chigi, riusciranno a fare ciò in cui hanno fallito i governi degli ultimi 30 anni: ridurre la spesa pubblica eliminando gli sprechi e tagliando gli incentivi alle imprese. In bocca al lupo. Alla fine si scopre sempre che servono i voti di quelli che vivono di sprechi e che le imprese sussidiate aiutano a pagare le campagne elettorali.

Nel programma per il congresso Renzi celebra pensionati, insegnanti, operai e statali ma alle convention si accompagna al finanziere Davide Serra che licenzierebbe i dipendenti pubblici a migliaia e invita a rimettere in discussione le pensioni di chi non ha pagato abbastanza contributi. Come trovare una sintesi? Ci penso io, assicura il sindaco d’Italia, riuscendo a promettere al contempo troppo e troppo poco. Troppo per essere davvero credibile e troppo poco per farci vedere nelle sue ricette occupazione, imprese, prospettive. Rischia di non offrire abbastanza, insomma, per giustificare l’abbandono del professionismo della sopravvivenza quotidiana di cui Enrico Letta si è dimostrato il massimo interprete.

Il Fatto Quotidiano, 29 ottobre 2013