L’attrazione irresistibile per gli Stati Uniti spinge i Green Like July, band lombardo-piemontese dedita al folk-pop, addirittura più in là delle loro aspettative, arrivando persino a registrare i loro ultimi due album presso gli Arc Studios di Omaha, Nebraska. E con l’ausilio di alcuni artisti dei protagonisti della scena Saddle Creek, da Jake Bellows dei Neva Dinova ai fratelli A.J. e Mike Mogis. Studi dove, tra l’altro, hanno inciso i loro dischi artisti che per loro veri e propri numi tutelari, del calibro di Bright Eyes e She&Him. A due anni di distanza da Four-Legged Fortune, non era facile ripeterne il successo ottenuto, ma complice il contributo di Enrico Gabrielli dei Calibro 35, “un musicista raro e prezioso – lo definisce il cantante nonché l’autore dei testi Andrea Poggio – il nostro Caronte che ci ha traghettati verso una nuova fase, chiudendo un processo di cambiamento iniziato anni prima”, oramai la band ha raggiunto un livello di tecnica e di intesa invidiabile. E se in Four-Legged Fortune l’obiettivo era di discostarsi il meno possibile dalla tradizione americana, con Build a Fire non si sono posti limite alcuno: certo, è rimasta l’impostazione folk nella forma canzone, ma su questo telaio si sono innestate le più disparate influenze, facendo convergere suggestioni diverse e talvolta in aperto contrasto tra di loro. Composto da nove brani, Build a Fire stilisticamente è un incrocio fra pop sofisticato e Metafisica: “In esso – afferma Andrea Poggio – è possibile vederci gli ambienti di Gianni Colombo, il Dino Risi di Primo Amore e le camicie sgargianti di Laurie Anderson. Il farfallino di Nino Rota, i corvi di Dumbo e la Torino-Piacenza…”. Un disco da ascoltare tutto d’un fiato. Per saperne di più su abbiamo intervistato il frontman della band Andrea Poggio.

Andrea, come prima cosa vorrei chiederti: perché avete scelto di chiamarvi Green Like July?
È stata una scelta puramente fonetica. Avrebbe potuto essere The Wailers o Talking Heads, ma quei nomi erano già stati presi.

Mi racconti come è avvenuto il passaggio dal folk a un pop puro come quello di Build a Fire?
Se in Four-Legged Fortune l‘obiettivo dichiarato era di discostarsi il meno possibile dalla tradizione americana, con Build A Fire non ci siamo posti limite alcuno. In esso convergono suggestioni diverse e talvolta in aperto contrasto tra di loro: la sintesi di queste influenze ha dato vita a un qualcosa di forte e di nuovo. Mi fa piacere che venga definito “pop”: la tua definizione conferma il fatto che le diverse anime di Build a Fire abitino il disco in modo pacifico e armonico.

Cos’è che volete comunicare con le vostre canzoni?
Sono canzoni che, a livello testuale, hanno un’origine squisitamente autobiografica e che parlano di cose che sono accadute a me, ma che sarebbero potute accadere a chiunque. Nei testi di Build a Fire ritrovo oggi gli stati d’animo, le persone e i luoghi di questi miei ultimi tre anni di vita.

Qual è il filo conduttore, se c’è, nelle canzoni?
Il filo conduttore dei testi di Build a Fire è il tema del cambiamento. Li ho scritti in un lasso temporale ampio, poco meno di tre anni. Nel corso di questo periodo, nella mia vita si sono susseguiti una serie di cambiamenti, alcuni positivi altri negativi. Per questo motivo, è un disco a diverse velocità, popolato da personaggi in egual misura vinti e vincenti: i toni sfrontati e accusatori di Moving To The City e Johnny Thunders, si alternano alla rassegnazione e alla sconfitta in Good Luck Bridge e Robert Marvin Calthorpe. In un certo senso, il punto di equilibrio del disco deve essere cercato proprio nella serena accettazione della stessa necessità di cambiare, in quel “rivers breathe you’re a free man” che chiude Agatha Of Sicily. È questa anche la chiave di lettura per comprendere il senso del titolo del disco: Build a Fire altro non è che il racconto in nove episodi dell’imponente avanzare di un lento, ma non per questo meno dirompente, cambiamento.