Un incontro informale e intimo, organizzato da Rizzoli alla Sala Montanelli – Fondazione Corriere della Sera, per dare la possibilità a qualche lettore/addetto ai lavori di conoscere Gianrico Carofiglio, e dialogare con lui del suo ultimo romanzo, Il bordo vertiginoso delle cose, in libreria dal 28 ottobre. Inizia tutto con la proiezione dell’incisivo booktrailer, che raggiunge il suo apice nelle immagini di repertorio degli archivi Rai inerenti alla manifestazione svoltasi a Bari il 30 novembre del 1977 per ricordare Benedetto Petrone, il ragazzo ucciso due giorni prima da un branco di squadristi fascisti armati di mazze, coltelli e cacciavite.

C’è molto di quegli anni nel libro. L’autore definisce il testo come una possibilità di raccontare l’iniziazione alla violenza: un ragazzo più grande che insegna a fare a botte a un ragazzo più piccolo, anche se in realtà Il bordo vertiginoso delle cose racchiude molte altri aspetti del concetto di “iniziazione”: culturale, esistenziale, a tratti anche politica.La violenza ha fatto parte della crescita dell’autore, che la reputa poco romantica ma che può essere immersa in una situazione che lo è. Emerge il dilemma, endemico, che non saprai mai prima di essere coinvolto in un’azione fisicamente rissosa se si tratta di un aspetto formativo o no della tua esistenza. Lo scontro brutale non può essere consigliato come esperienza di vita, si tratta di inadeguatezza: accetta lo scontro fisico chi non è troppo sicuro di sé. Ci sono temi della migliore poetica di Carofiglio che tornano anche in questo romanzo, in primis il rapporto ambiguo con il passato e la necessità di scrivere certe situazioni per una voglia interiore di provare a capire e a capirsi. La chiacchierata con l’autore prosegue veloce e ritmata, a trecentosessanta gradi. Dalle definizioni sulla scrittura, un corpo a corpo con se stessi, un susseguirsi di successi e fallimenti, all’incipit visto, in certi casi, come la parte migliore di un libro; dalla scelta di descrivere locali inventati e collocarli in luoghi reali, alla fascinazione dei molteplici punti di vista (anche dello stesso personaggio) e alla scelta di utilizzare il Tu e l’Io come voci narranti. L’idea del Tu, poco usato nella narrativa italiana contemporanea (un’ eccezione è Se una notte d’inverno un viaggiatore, anche se Calvino lo utilizza rivolto al lettore e non come dialogo del personaggio-autore con se stesso) è servita a Carofiglio per investigare a fondo il suo personaggio. Il Tu è la rappresentazione della rabbia verso se stessi, la possibilità di raccontare quello che si vuole, di essere spietati, è la ricerca di sé. Una suggestione in questo senso viene da Le mille luci di New York, dello scrittore statunitense Jay McInerney, una contaminazione tangibile, la scelta onesta e coraggiosa di mostrare le tracce altrui sulle proprie parole e la propria scrittura. L’autore si descrive come un costruttore di storie poco disciplinato. C’è una fase in cui nasce l’idea, poi il rituale non ha tempi e luoghi fissi, anche se il caos degli aeroporti e dei treni è preferibile al silenzio di uno studio in riva al mare, e diventa più ordinato in odor di scadenza editoriale.

La cosa importante è che il risultato sia una scrittura onesta, senza trucchi. “Un caffè al bar, una notizia di cronaca nera sul giornale, un nome che riaffiora dal passato e toglie il respiro. Enrico Vallesi è un uomo tradito dal successo del suo primo romanzo, intrappolato in un destino paradossale, che ha il sapore amaro delle occasioni mancate. Arriva però il giorno in cui sottrarsi al confronto con la memoria non è più possibile. Enrico decide allora di salire su un treno e tornare nella città dove è cresciuto, e dalla quale è scappato molti anni prima. Comincia in questo modo un avvincente viaggio di riscoperta attraverso i ricordi di un’adolescenza inquieta, in bilico fra rabbia e tenerezza. Un tempo fragile, struggente e violento segnato dall’amore per Celeste, giovane e luminosa supplente di filosofia, e dalla pericolosa attrazione per Salvatore, compagno di classe già adulto ed esperto della vita, anche nei suoi aspetti più feroci. Con una scrittura lieve e tagliente, con un ritmo che non lascia tregua, Gianrico Carofiglio ci guida fra le storie e nella psicologia dei personaggi, indaga le crepe dell’esistenza, evoca, nella banalità del quotidiano, ‘quel senso di straniamento che ci prende quando viaggiamo per terre sconosciute e lontane’. Romanzo di formazione alla vita e alla violenza, racconto sulla passione per le idee e per le parole, storia d’amore, implacabile riflessione sulla natura sfuggente del successo e del fallimento, Il bordo vertiginoso delle cose può essere letto in molti modi. Ma tutti riconducono a un punto preciso, a una sorta di luogo geometrico dell’anima in cui si incontrano la dolcezza e la brutalità, il desiderio e la paura, la sconfitta e l’inattesa, emozionante opportunità di ricominciare.”