Ho una concezione riduttiva del fascismo. Non nel senso degli effetti, che considero devastanti: oltre alla repressione del dissenso, anche quelli che i suoi sostenitori spacciano come traguardi (le concessioni in ambito sindacale, le politiche sociali, le bonifiche territoriali), altro non erano che mezzi di controllo, che fungevano da valvola di sfogo per la popolazione schiava e che rappresentano inoltre, culturalmente, la regressione sociale dei cittadini a quello stato di minorità di cui scriveva Kant sull’Illuminismo, per cui essi non sono più in grado di pretendere ed esercitare i propri diritti, né di concepirne di nuovi, ma si limitano ad attendere la concessione dall’alto di quello che appare semplicemente come un favore.

Ho una concezione riduttiva del fascismo nel senso della sua teorizzazione. Non credo infatti che il fascismo possa ritenersi nei fatti un’ideologia. Secondo l’enciclopedia Treccani, per ideologia si intende “il complesso dei presupposti teorici e dei fini ideali (o comunque delle finalità che costituiscono il programma) di un partito, di un movimento politico, sociale, religioso e simili”.
E quali sarebbero dunque i presupposti teorici e i fini ideali della presunta ideologia fascista? Secondo l’esperienza italiana, si potrebbe supporre l’autarchia sul piano economico e il nazionalismo su quello politico. Obiettivamente un po’ poco per rappresentare un presupposto teorico o un fine ideale. Eppure, con la stesso termine “fascismo” sono designate, da diversi politologi, non ultimo Noam Chomsky, le dittature sudamericane che aderivano in toto invece alle teorie economiche neoliberiste e che certo non erano nazionaliste, viste le fondamentali colpe statunitensi nel loro instaurarsi e perpetuarsi.

L’unico comune denominatore tra il Ventennio italiano e i vari regimi sudamericani rimane l’uso, sistematico e istituzionalizzato (cioè tollerato dalla forza pubblica, quando non da essa somministrato), della violenza. E la violenza non è un presupposto teorico né un fine ideale, quindi, si deve necessariamente dedurre, il fascismo non è un’ideologia, quanto, piuttosto, un metodo. Un metodo violento.

Ma se pure volessimo ignorare questa argomentazione, bollando la terminologia politologica riguardante le dittature sudamericane come completamente errata, sussistono ancora molti dubbi sulla classificazione del fascismo tra le ideologie. Quali sarebbero presupposti teorici e fini ideali del fascismo che prescindano dalla violenza? Di fatto, il fascismo italiano rappresenta un unicum, mai replicato con gli stessi caratteri e definito, nell’unico esempio storico della sua esistenza, dall’uso, sistematico e istituzionalizzato, della violenza.

Questa riflessione, nell’apparenza sterile, contiene in realtà un’importante implicazione pratica, nella risoluzione di un dilemma che, personalmente, mi assilla da diverso tempo: se la democrazia comporta la libertà di espressione, a che titolo vietare l’apologia del fascismo? E, di contro, non è pericoloso per la sussistenza della democrazia stessa permettere l’apologia del fascismo, che mira al suo sovvertimento? Se la democrazia comporta il pluralismo di idee, come si può permettere la presenza di una (pseudo)ideologia che comporta l’eliminazione di tutte le altre?

Ma, nel momento in cui si giunge logicamente (come si è giunti) a negare al fascismo la classificazione tra le ideologie e a definirlo, nel contempo, come un metodo, la soluzione appare evidente: tutte le idee hanno diritto di asilo in democrazia, ma non tutti i metodi, che, anzi, devono essere regolati per la sopravvivenza stessa della democrazia.

Per questo l’opposizione, netta e nonviolenta, al fascismo, anche a livello istituzionale, non deve apparire come un atteggiamento antidemocratico, bensì come una forma di legittima difesa.