“Prima eravamo quasi equiparati ai dipendenti di Poste Italiane, adesso invece siamo solo degli schiavi“. Francesco – il nome è di fantasia – è uno dei quaranta lavoratori di una ditta titolare di un appalto per le Poste Italiane per la consegna di raccomandate nella provincia di Napoli. Fino al 2011 tutto o quasi filava liscio, poi il titolare ha chiesto la cassa integrazione per la riduzione delle commesse. “Ora siamo in cassa integrazione a zero ore. Solo che venti lavoratori rimangono a casa, gli altri venti sono convocati ogni giorno per consegnare le migliaia di raccomandate che arrivano ogni giorno in ufficio. Su 5/6 ore di lavoro che svolgiamo ogni giorno, il datore di lavoro ne contabilizza solo una in busta paga, il resto lo paga la cassa integrazione. Praticamente lo stipendio lo paga l’Inps. Una minima parte viene pagata dal datore di lavoro per giustificare la consegna di tutta la posta che arriva”. Una situazione, questa, verificata dalle telecamere de ilfattoquotidiano.it, che hanno potuto constatare come in media le giornate di lavoro dei dipendenti della società comincino prima delle 8 del mattino e finiscano dopo le 12. Ben oltre, quindi, l’unica ora di lavoro contabilizzata dall’azienda. Che, tra l’altro, costringe i dipendenti a lavorare utilizzando i loro motorini. E i controlli? “Non ce ne sono stati mai. Solo lo scorso settembre è arrivata la Guardia di Finanza, ma penso non abbia verbalizzato niente perché è venuta alle dieci di mattina, quando tutto il personale era già uscito per le consegne della posta”  di Andrea Postiglione