Buon compleanno, vecchio calcio. Proprio oggi, 150 anni fa, nasceva il calcio moderno con la creazione della Football Association (federcalcio inglese) e la codificazione delle regole che hanno segnato lo sport, o meglio il gioco, più amato e praticato nel mondo. Tutto accade la mattina del 26 ottobre del 1863, quando dodici rappresentanti di società sportive e università della capitale britannica si ritrovano alla Freemason Tavern di Londra per stabilire che il football andava giocato solamente coi piedi, e che anche i calci negli stinchi dovevano essere considerati falli. Da allora sono state pochissime le modifiche in questi 150 anni: le regole base sono passate da 9 a 17. Per il resto si gioca dappertutto con il medesimo spirito e lo stesso entusiasmo dei pionieri britannici. In un secolo e mezzo il calcio ha attraversato la guerra e la pace, è stato strumento in mano alle dittature e alle rivoluzioni, ha emozionato, fatto ridere e piangere miliardi di persone. Cos’è stato il calcio in questi 150 anni lo abbiamo chiesto a tre giornalisti sportivi e a due blogger calcistici. Qui le loro risposte:

Mario Sconcerti, editorialista Sky e Corriere della Sera: “Intanto il calcio si è capovolto, nel senso che nasce tra le élite della gioventù inglese, poi una ventina d’anni dopo comincia a diventare un fatto sociale. Questo succede quando viene inaugurata la settimana corta, il sabato libero che permette agli operai inglesi di andare a giocare a calcio, da quel momento il calcio diventa gioco di massa e quasi emargina l’èlite, che continuerà a comandare ma a giocare molto meno. E qualunque cosa da allora, cioè negli ultimi 120 anni circa, diventa un fenomeno di massa proprio attraverso il calcio. L’unica vera grande cosa in comune che ha avuto tutto l’Occidente, America compresa, è che tutti hanno fatto qualsiasi tipo di rivoluzione, qualsiasi tipo di governo, ma tutti hanno giocato al calcio: questa è la spinta a esserci e ad apparire della gente”.

Roberto Beccantini, editorialista de Il Fatto Quotidiano e altri: “Il calcio è diventato la più grande arma di distrazione di massa che mente umana abbia mai concepito. Attraverso i secoli, si è poi trasformato nella più grande religione laica dell’era moderna: la Fifa ha 209 chiese affiliate, l’Onu ‘soltanto’ 193. Nato borghese, in perenne bilico tra sport e gioco, rimane adrenalina e oppio. Un segno dei tempi, un sogno di tutti tempi: per questo, nonostante il marcio che lo ghermisce, non morirà mai”.

Paolo Condò, editorialista della Gazzetta dello Sport: “Il calcio è il linguaggio del mondo. Ha superato perfino il rock, come territorio di confronto – e spesso di scontro – fra le genti dell’intero pianeta. Ho visto entusiasmarsi e soffrire per il calcio, per la stessa partita o almeno lo stesso torneo, ricchi manager a Londra e bambini denutriti a Soweto, discendenti inca a Lima e impiegati nel metrò di Tokyo. Il calcio è il mondo: sovente gestito da nauseabondi magliari, sentina dei razzismi di ogni tipo, eppure inarrestabile per la sua forza narrativa e l’inesorabile processo d’identificazione che è il suo vero segreto. Banalità molte volte sentita, ma non per questo meno vera: puoi cambiare tutto nella vita, dalla fede politico-religiosa al partner, tranne – a meno di essere Emilio Fede – la squadra del cuore”.

I curatori del blog Lacrime di Borghetti: “Ma è davvero cambiato il calcio in questi 150 anni? Sicuramente la forma, la confezione, il contesto, ma non lo spirito del gioco. Se escludiamo il numero di occhi che lo vedono, il rimbalzo mediatico che riceve e il grado di destrezza tecnica coinvolto, non c’è nessuna differenza tra il tiro al volo di Zidane nella finale di Champions e la svirgolata di un calciatore dilettante in un campo che affaccia sulla strada provinciale per Subiaco. Entrambi sono gesti decisivi; entrambi veicolano un’emozione straordinaria. Come disse uno scrittore inglese, “può accadere ovunque, e se si sa aspettare abbastanza, succederà praticamente dappertutto”. Se il calcio è ancora oggi così seguito, se fermiamo la macchina appena vediamo dei giocatori correre dietro a un pallone, è proprio perché il calcio è un’invenzione perfetta nella sua semplicità”.

E per finire Wu Ming 3 (del collettivo di scrittori Wu Ming) e Christiano Presutti, del blog Fùtbologia, ci regalano un surreale dialogo su calcio e potere:

– Hmmm, 150 anni fa alla Freemasons’ Tavern. Hai capito, no?
– Capito cosa?
– Dai, minchia, erano massoni! Era tutto un magna magna già allora.
– Ma checcazzo dici.
– Eddai scusa, poi hanno fatto la federazione mondiale…, e alla fine lo hanno imposto come oppio globale. Minchia, diabolici!
– Mi sa che sei ubriaco.
– Eh sì, sai che ti dico, che per me anche quella storia di Pelè è vera.
– Tu stai fuori, quale storia di Pelè?
– Che da bambino lo aveva addestrato la CIA per tenere buoni i neri brasiliani sotto la dittatura.
– Ma vaffanculo.
– E già, beviti tutto, tu.

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