Quella di Rosy Bindi sulla via dell’impegno Antimafia deve essere stata proprio una folgorazione. Perché nella lunga militanza politica della neo presidente della Commissione parlamentare Antimafia non si sono mai registrati particolari acuti in materia di criminalità mafiosa. Nei suoi quasi 20 anni di ininterrotta attività politica svoltasi in Parlamento e al Governo, la pasionaria del Partito Democratico si è infatti occupata una sola volta di malavita organizzata. Proprio lo scorso marzo, quando ha firmato un progetto di legge, promosso peraltro dal collega di partito Burtone, teso a introdurre, relativamente allo scambio elettorale politico-mafioso, delle modifiche all’articolo 416-ter del codice penale.

Nei 93 progetti legge sottoscritti dalla Bindi come semplice cofirmatario e nei soli 13 presentati come primo firmatario dal 1994 – anno di ingresso in Parlamento – al marzo del 2013 – non c’è una sola iniziativa, che almeno lambisca o sia indirettamente riconducibile al tema del contrasto alle mafie. La Bindi può annoverare, nel suo ventennale curriculum parlamentare, proposte legislative sull’istruzione e sull’educazione sessuale nelle scuole; per dar vita ad un Istituto Internazionale di Ricerca per la Pace, istituire un corso di laurea in Servizio sociale; tese a conservare organi antichi e a tutelare l’arte organaria; per incrementare la dotazione organica del Corpo nazionale dei vigili del fuoco o istituire un codice etico di condotta per gli appartenenti alle Forze dell’ordine.

Ma nel calderone dei vari progetti di legge che portano la firma della Bindi la mafia è assente. Inoltre nel percorso politico della Bindi non c’è traccia del fatto che, fuori dal Parlamento, abbia coltivato una dedizione alla materia. Con ciò non si vuole certamente mettere in discussione che in fatto di lotta al radicamento delle mafie Rosy Bindi possa vantare una sensibilità di fondo. Chissà, forse acuita in tempi recenti, in conseguenza del fatto di essere stata catapultata dal Partito Democratico in Calabria per riuscire a farsi eleggere per la sesta volta in Parlamento! Certo è che la mera predisposizione d’animo è un pre-requisito scontato e appare di per sé insufficiente per chi voglia ambire a presiedere la Commissione Parlamentare Antimafia.

Che per la serietà dell’oggetto di cui si occupa, rincresce vedere poco seriamente ridotta a essere utilizzata come camera di compensazione per faide interne ai partiti o, peggio ancora, come strumento per far chiudere in bellezza lunghe carriere politiche. In tutto ciò fa piacere notare come l’inadeguatezza della Bindi sia in parte compensata dalla presenza, in qualità di vice-presidente della commissione, di Claudio Fava. Che di criminalità organizzata si intende. Non tanto perché Cosa Nostra gli ha ammazzato il padre. Ma soprattutto perché della battaglia politica e culturale contro la malavita organizzata, Fava ha fatto una vera e propria ragione di vita.

Twitter @albcrepaldi