Da una parte i cantori del Rinascimento, dall’altra quelli del Declino. Milano si sta rinnovando, dicono i primi, sta uscendo dalla crisi per mostrare un volto nuovo, fatto anche dai nuovi grattacieli che le conferiscono un’aria più metropolitana. Perde aziende e posti di lavoro, dicono gli altri, e perfino l’Inter diventa indonesiana. In mezzo, ci sta la Milano reale che resta comunque la più europea delle città italiane, ma ogni giorno alle prese con le sue contraddizioni: la ricchezza dei suv in seconda fila, la mattina davanti alle scuole, la sera fuori dai ristoranti; la povertà dei tanti (italiani, oltre che stranieri) in fila invece per chiedere un pasto caldo alle mense pubbliche.

Certo è che conviviamo ormai con una immagine debole di città. Anche chi aveva nutrito attese messianiche dopo l’arcobaleno sulla piazza del Duomo gremita per festeggiare la vittoria di Giuliano Pisapia ha capito che non c’è una “rivoluzione arancione”, semmai una faticosa gestione, al più una corretta amministrazione, di una città che deve convivere con la crisi. I salotti buoni si svuotano, le grandi banche devono fare i conti con aziende in sofferenza, la moda resta a mimare una opulenza che non può però far dimenticare l’uscita da interi settori produttivi e la vendita di nostri gioielli agli stranieri.

In questi orizzonti, la buona amministrazione non basta. Ci vorrebbe almeno un segnale, per marcare Milano come capitale. Si è puntato sull’Expo. Ma, ridotti budget, programmi e aspettative, Expo resta un sogno fragile, quando non apertamente un pretesto, in attesa della festa vera, quella delle operazioni immobiliari del dopo Expo. Una “Madonna pellegrina”, l’ha definita Luca Beltrami Gadola su ArcipelagoMilano. La si porta in giro per l’Italia e all’estero, sperando di conquistare schiere di fedeli diventati ormai scettici. È “un’icona bifronte”: una sua faccia ritrae la fame nel mondo, l’altra il sogno della ripresa. Ma “la prima si sta inesorabilmente scolorendo e soffre di una deriva verso la gastronomia”.

Accantonata l’idea del grande orto planetario, persa la forza dei grandi temi mondiali quali il difficile rapporto alimentare tra nord e sud del mondo, si cerca di aumentare la dose di glamour, per attirare Paesi e denari, aggiungendo additivi vari e disparati, la tecno-comunicazione, la e-neweconomy, perfino – di nuovo – la moda. Tante debolezze non fanno una forza. E Milano resta un’identità sbiadita, incapace di comunicare se stessa. Milano non è Parma, non è la capitale del prosciutto e dei ravioli. Non sono l’alimentazione e la gastronomia la sua eccellenza da esibire al mondo.

Di una cosa Milano era ed è capitale mondiale: il design. Fin dagli anni Sessanta. E allora è davvero incredibile che la città che durante la settimana del salone del mobile attira addetti e visitatori da tutto il pianeta non abbia ancora pensato di dotarsi di un museo del design degno di questo nome, che potrebbe e dovrebbe essere il più grande e il più bello del mondo. Basterebbe cominciare a raccogliere e ordinare le collezioni di oggetti prodotti da tante aziende (arredamento, illuminazione, oggetti, macchine, e poi il graphic design…) che hanno fatto storia.

Invece di inseguire identità incerte, perché non contare su un punto di forza della Milano che per decenni ha saputo incrociare cultura e industria, pensare e fare, progetto e produzione? Ci vorrebbe qualcuno abbastanza visionario da essere capace di un sogno, senza paure di pensare in grande. Per fare un salto di scala rispetto alla pur lodevole Triennale, non adeguata alle ambizioni di una Milano che potrebbe mostrarsi al mondo come capitale del design.

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Il Fatto Quotidiano, 24 ottobre 2013