Lo scorso 17 ottobre la Camera dei Deputati ha finalmente approvato, dopo lungo travaglio, il testo della riforma della disciplina sulla diffamazione, ora trasmesso al Senato. Chi è condannato per diffamazione non andrà più in carcere. E’ una decisione storica che non può che essere salutata con soddisfazione ma si sbaglierebbe a cantare vittoria.

L’Italia resta – in termini di libertà di informazione – un Paese sub-civile perché la diffamazione resta reato anche se ora punito “solo” con una pena pecuniaria e non più con la galera. La Camera dei Deputati, sfortunatamente, non se l’è sentita di fare il passo che la comunità internazionale da tempo ci chiede di fare: depenalizzare davvero la diffamazione, derubricandola ad un illecito civile.

Giornalisti – professionisti e non – direttori dei giornali e blogger continueranno quindi ad essere vittime di querele temerarie ispirate dalla volontà di mettere a tacere voci e testiere scomode e non da quella, sacrosanta, di tutela la reputazione o la dignità di una persona offesa. Troppo blanda – per non dire inesistente – la sanzione, fino a 10mila euro, che potrebbe vedersi irrogare chi abusasse di una querela per diffamazione. I Lorsignori della politica, i capitani d’industria e gli uomini dello spettacolo ovvero coloro che, con maggiore frequenza, sono autori consapevoli di querele temerarie non si lasceranno certamente scoraggiare dal rischio che l’operazione potrebbe costargli fino a 10mila euro di più.

Ma il problema di fondo è un altro: la Camera dei Deputati non se l’è, soprattutto, sentita – nonostante gli emendamenti in tal senso presentati – di intervenire in materia civile, limitando la misura del risarcimento del danno esigibile da un blogger o da un giornalista in caso di diffamazione. Giornalisti, direttori e blogger continueranno, pertanto, ad essere destinatari di azioni risarcitorie a sei o sette zeri, destinate a durare anni ed a rappresentare una spada di Damocle da sola capace di frenarne penne, tastiere e parole. Se il Senato non interverrà, la riforma della disciplina della diffamazione sarà stata vana.

Non c’è dubbio, infatti, che per un giornalista o per un blogger è più disincentivante correre il rischio concreto di vedersi condannato a pagare per un articolo di poche decine di righe più di quanto abbia guadagnato in tutta la sua vita che correre quello – in vero davvero remoto nell’esperienza italiana – di finire addirittura in galera per ciò che si è scritto. E’ davvero indispensabile che il Senato si occupi anche delle azioni risarcitorie con le quali, con l’alibi della tutela della reputazione, si mira, in realtà, a mettere un cerotto sulla bocca dell’autore di un articolo pungente.

E’ necessario, almeno, che il Senato ripeschi ed approvi un emendamento frettolosamente bocciato alla Camera che avrebbe introdotto nella nuova disciplina una regola in forza della quale chi agisce, dinanzi al giudice civile, in modo temerario, in materia di diffamazione, corre il rischio di vedersi condannato a pagare una somma capace di disincentivarlo dal provare ad abusare di un diritto limitando l’altrui libertà di informazione.

Il Senato, tuttavia, avrà molto altro da fare perché il testo uscito dalla Camera è, a tratti, ancora “grossolano” ed impreciso in taluni passaggi. Temi di straordinaria importanza come la responsabilità dei direttori dei giornali online per i commenti postati dai lettori – specie dopo la recente sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo –, come le modalità di esecuzione della rettifica, in generale ed in particolare da parte delle testate telematiche e come la nuova disciplina sulla protezione delle fonti richiedono un approfondimento e maggiore attenzione.

Non ha senso, per esempio, nell’era di Wikileaks e del Whistleblower, garantire la tutela delle fonti ai soli giornalisti professionisti e pubblicisti. Non c’è ragione per escludere da questa tutela chiunque diffonda informazioni – ovviamente se di interesse pubblico – online. E, d’altra parte, se la legge nega una simile tutela, l’unico risultato che si ottiene e quello di incentivare la nascita e la proliferazione di servizi di denuncia anonima.

A questo punto la parola passa al Senato dove c’è da augurarsi che si lavori bene e rapidamente per non vanificare il lavoro dei Deputati ma, ad un tempo, per renderlo utile e davvero efficace, scongiurando il rischio che la manovra risulti niente di più che un’ennesima iniziativa di facciata a scopo esclusivamente mediatico e politico. Se l’obiettivo reale è proteggere la libertà di informazione, allora, occorre che il Senato disinneschi le tante mine ancora presenti lungo il cammino di chi sceglie di fare informazione per dovere o per piacere.